Tutti per “Uno schiocco di dita”

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Chissà se vi piacerà come piace a me! Questa copertina è la faccia di una storia che amo, che amerò sempre, perché è la prima, non è perfetta, forse mai lo sarà e per questo la amo ancora di più. Non ho da difendere il mio lavoro, perché questa storia non è frutto del mio lavoro. È venuta fuori dalla vita, tutta intera. Amo questa storia perché restituisce a me l’immagine di quel che sono stata, di quel che sono ancora, di quel che non sono più. Fugge il tempo per rincorrere la bellezza di un amore che resta puro e libero. Fugge la perfezione per finire in qualche crepa del cuore, dell’anima, crepe frastagliate e incerte, come è incerta la luce che ne esce. Scrivendo non lavoro, io scrivendo divento viva, risorgo dalle morti quotidiane, smetto di credere al destino e provo ad imboccare una strada nuova e non segnata da altri passi. Questa storia è stata ed è un passo nuovo. Provate a dimenticare quel che ho sempre detto e a sentire quel che provo a dirvi forse per la prima volta. Non voglio essere una scrittrice, mai lo sarò. Mi racconto storie e la prima di queste storie che mi sono raccontata, tanti anni fa, è questa, l’imperfetta storia di una ragazza che a vent’anni era piena di sogni e attese e dolori, e è diventata una donna ancora piena di sogni e attese e dolori. E di quella ragazza, di questa donna, qualcosa è finito tra queste righe e ammetterlo è difficile, ma è anche una ricerca d’umiltà, un passo oltre le paure. È la storia originale, troverete sbavature, intoppi, ma vi assicuro che il filo non lo perderete. Così perdonatela e perdonate chi l’ha scritta, e cercatela, è gratuita ancora per un po’. Se la sosterrete, forse, la troverete così, in un libro. Anche in quel momento, provate a ricordare che questa storia, è molto più che un libro, per me, e spero pure per voi.

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per sostenere

“Uno schiocco​ di dita”,

in concorso a

Ilmioesordio 2017.

 

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Concorso scuola, odissea dei nostri giorni.

Ho superato il concorso scuola 2016, in realtà l’ho superato nel 2017 perché in questo paese spesso le cose vanno per le lunghe. L’ho superato, non l’ho vinto perché nella classe di concorso Infanzia per la regione Umbria i posti per il ruolo erano meno del numero di quelli che hanno superato la prova scritta e orale. Così ora vivo nel limbo degli idonei, quelli che magari un giorno saranno chiamati per una supplenza, o magari chissà anche per un futuro posto fisso. In questo paese il lavoro più che un diritto è un sogno e io continuo a sognare.
Stamattina ho incontrato una persona che il concorso l’ha vinto e nelle sue parole ho letto una sorta di compassione verso di me del tipo “poverina che sei stata a non riuscire a rientrare in graduatoria!”. Uno sputo in faccia mi avrebbe umiliata di meno. Siccome mia nonna diceva sempre “meglio invidiati che compatiti” colgo l’occasione per esprimere un pensiero in merito a questa avventura.
Ho sostenuto insieme a tanti altri lo scritto del concorso il 31 maggio 2016, a Città della Pieve, dopo che il giorno prima avevo sotenuto lo scritto per la classe sd concorso Primaria, a Spoleto. Due giorni intensi, difficili, passati ad affrontare prove di cui abbiamo ricevuto l’esito otto mesi dopo. L’orale l’ho sostenuto il 18 febbraio 2017, dopo venti giorni che mi è stato comunicato il risultato dello scritto: 34.8 che tra il minimo di 28 e il massimo di 40 non è male. Mi sono presentata all’orale, carica di aspettative, sono stata tra le prime. In 35 minuti dovevamo presentare un’unità di apprendimento su un argomento estratto 24 ore prima. Mi sono seduta davanti alla commissione, ho infilato la chiavetta nella porta USB del computer fornito dalla scuola, nel formato richiesto, ma il computer non lo leggeva. L’ansia ha cominciato a salire, ma ho comunque raccontato il mio lavoro, pur non potendolo far vedere. I pensieri hanno iniziato ad affollarmi il cervello, insieme alla rabbia e la delusione per il mio lavoro fatto di grafica e idee che sentivo sprecato. A ben oltre metà della presentazione, il tecnico mi ha offerto la possibilità di utilizzare un altro computer, mi ha dato la possibilità di usufruire di un mio diritto, che per paura o timidezza non ho reclamato da subito. Una pausa abbastanza lunga è seguita, per permettere al tecnico di fare il suo lavoro. Mi ripetevo di stare calma, non dovevo mollare, non potevo dfarmi bocciare , ero preparata!
Tutto si è concluso dopo quasi un’ora, rispetto ai 45 minuti previsti per la prova, mi sono guadagnata quel 30, combattendo i limiti che mi porto dentro o almeno provandoci, non ho preso di più per colpa mia e delle mie insicurezze, ma non posso non pensare che sia stata pure colpa di una scuola impreparata. Un 30, che non è nemmeno il minimo e le scuse del tecnico che ha capito la mia tensione da imprevisto.
Gli orali sono proseguiti fino a metà aprile, così chi è venuto dopo ha avuto più possibilità di prepararsi. Si, l’ho pensato, mi sono sentita svantaggiata, ma altrimenti non si poteva fare e questo paese, che assicura la legalità di un concorso, non può anche assicurare la giustizia, proprio non ce la fa. Comunque in 152 hanno fatto meglio di me e adesso, il limbo è casa mia. La scuola resta il sogno per cui spendermi, non il solo, ma insieme a quello della scrittura di certo il più importante. Stamattina ho incontrato chi è riuscito ad arrivare alla meta. Mi sarei aspettata più intelligenza, più vicinanza, piuttosto che la falsa compassione che ha sfoggiato. Mentre lei parlava, io pensavo a quello che sento in modo forte, rispetto a questa avventura, al rispetto che provo per chi si è seduto davanti a quel computer come me, quel lontano 31 maggio e ha provato con tutto se stesso a fare meta, chi ci è riuscito, chi non ce l’ha fatta, chi è risultato idoneo e vive nel limbo. Un concorso è solo una prova affrontata in un paese che, anche quando assicura la legalità, non riesce ad assicurare la giustizia. Giusto sarebbe stato se avessimo avuto tutti lo stesso tempo per prepararci. Così, nei miei venticinque giorni di tempo, ho studiato, ho chiesto aiuto, sono cresciuta in un mestiere che richiede preparazione, cuore, volontà. Se avessi avuto due mesi in più… ma questa è una possibilità da non prendere in considerazione, magari avrei fatto peggio chi può saperlo!
Tra poco inizia un nuovo anno scolastico tra poco, per alcuni sarà un nuovo inizio per un percorso ricco di sfide, per altri un anno ancora pieno di incertezze. Lo Stato e le sue istituzioni, continuano a non credere abbastanza nella scuola, a non dare gli stessi strumenti a tutti, a non riconoscere il diritto al lavoro e di conseguenza ad un’istruzione che possa dare ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, tutte le possibilità che meritano per essere felici oggi e uomini sempre più umani domani. Forse è proprio così che doveva andare, forse si poteva fare meglio, io di certo, e magari pure l’istituzione. La nostra Odissea continua, Itaca è in qualche luogo, laggiù, godiamoci il viaggio, combattiamo, superiamo gli ostacoli, rafforziamoci. Arriveremo.

Quello che conta davvero.

Sono molto felice, perché già da oggi in tanti hanno colto l’occasione dell’ebook gratuito per scaricarlo. Il costo originario è di 0,99 centesimi, costano poco gli ebook, soprattutto quelli piccoli e scritti da sconosciuti. Costano meno di un chilo di pane, di un caffè, meno di un pacchetto di caramelle, meno di un quotidiano, di un gelato, meno di uno svago qualsiasi.

Costa talmente poco un ebook che diventa inevitabile riflettere sul perché si attenda una promozione per scaricarlo, e so che in tanti ce lo chiediamo. Ma io spero che chi scrive non lo faccia per un guadagno, tra l’altro irrisorio.

Io so che i miei racconti non valgono i soldi che costano, so che varranno le letture che riusciranno a conquistare, i lettori che si convinceranno a cercarci qualcosa. Così ho messo quel prezzo, 0,99, giusto per riconoscermi il valore di un impegno che rimane tale anche in questi due giorni che potete godervelo gratis.

Ho venduto quattro copie in due mesi, facendo pagare il mio lavoro meno di un caffè, oggi sono già arrivati 39 download. Pochi centesimi o nessun centesimo poco importa. Io spero che queste storie arrivino a un cuore, o a 33, o a quelli che saranno e non voglio che facciano successo, non scrivo per averne, non scrivo abbastanza bene da poterlo meritare.

Le storie che scrivo hanno bisogno di qualcuno che le legga per valere qualcosa, non di un prezzo in copertina, non di un guadagno. Ma ancora prima, le storie che scrivo, hanno trovato valore proprio quando la penna ha iniziato a mettere nero su bianco quel che volevo raccontare.

Oggi sono felice, per aver ancora una volta scoperto che il vero guadagno, nelle cose che facciamo, non è mai questione di soldi.

Vi chiedo di scaricarlo se vi attrae, se vi incuriosisce, di farlo in questi due giorni in cui costa niente e lasciarmi un pensiero vostro, l’unico valore che mi renderà un poco più ricca e felice.

Il Trono di Spade, un libro dopo l’altro.

Stamattina ho letto l’ultima pagina del dodicesimo libro de “Il Trono di Spade”. Otto mesi fa, quando cominciai a leggere, ricordo che mi trovai in difficoltà, non capivo quale fosse il primo libro, quello da cui iniziare la lettura. Magari a mesi di distanza, un po’ di chiarezza anche nel web è stata fatta.

Inutile dirvi che ho trovato questo viaggio una vera e propria esperienza di lettura, coinvolgente e piena di colpi di scena.

Qui di seguito vi aggiungo l’elenco dei libri, uno dopo l’altro, tutti in fila. Probabilmente, entrando in libreria, vi sarete o vi troverete confusi perché spesso non c’è una logica esposizione dei vari volumi.

Io posso solo dirvi che ho iniziato a leggere per  una sfida personale, perché non amo questo genere e volevo provare a scoprirlo. Mi sono ritrovata a non poter più smettere.

Buona lettura allora a chi, come me, avrà voglia di vivere questa avventura.

Vol I: Il Trono di Spade;

Vol II: Il grande inverno;

Vol III: Il regno dei lupi

Vol IV: La regina dei draghi;

Vol V: Tempesta di spade;

Vol VI: I fiumi della guerra;

Vol VII: Il portale delle tenebre;

Vol VIII: Il dominio della regina;

Vol IX: L’ombra della profezia;

Vol X: I guerrieri del ghiaccio;

Vol XI: I fuochi di Valyria;

Vol XII: La danza dei Draghi.

 

Per festeggiare…

Per festeggiare i più di 2.500 visitatori del blog, precisamente 2.735, da domani 9 agosto per due giorni, i miei racconti saranno gratuiti su Amazon. Grazie per le vostre condivisioni, per i vostri passaggi, i commenti. Spero si cresca ancora, si diventi centomila. Intanto, nell’attesa, leggete queste dieci brevi storie…

 

“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

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Ci sono libri necessari, sono come il pane, l’acqua, l’aria da respirare.  NN Editore ne ha riconosciuto uno e lo ha pubblicato, eccolo qui.

Kent Haruf, già autore di una trilogia che ho amato e di cui presto scriverò, ha raccontato in “Le nostre anime di notte” di sentimenti universali, senza tempo, eppure per molti versi dimenticati.

I suoi personaggi li riconosci perché vestono panni in disuso, leggeri come seta, e abitano luoghi che il resto del mondo abbandona.

L’America piccola e simile alle nostre città di provincia, dove il chiacchiericcio della gente è unico sottofondo, il passatempo più praticato.

Eppure, Addie Moore e Louis Waters, sanno ascoltare il richiamo più forte di ogni giudizio e scelgono di incontrarsi, di stare insieme.

Non è l’amore sfacciato e senza pudore a cui certa letteratura contemporanea e di successo ci ha abituati. Qui le anime dei protagonisti sono al centro di tutto, delicate e semplici nei sentimenti. Brillano di una luce che illumina lo spazio intorno, lo rinnova.

Non sono due ragazzini Addie e Luois, la loro vita sembra essere già tutta vissuta, passata. Sono nel tempo in cui potrebbero sedersi ed aspettare quel che resta, nella solitudine dei ricordi e nella malinconia di sentirsi arrivati. Ma quella solitudine è un muro che viene giù, basta una telefonata per aprire crepe da cui far passare tenerezza, affetto, desiderio. Si trovano, sembrano essersi aspettati, sembra che così il destino gli abbia aperto la strada. E per i cuori senza età non c’è tempo o spazio, non esistono convenzioni e timori che possano allontanarli.

Non posso non pensare di aver fin troppo sminuito questa meraviglia, così smetto le parole e lascio il solo consiglio che sento di poter dare: leggete questo libro, apre strade infinite.

“Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy

Ho appena finito il viaggio tra queste pagine. Provo a scrivere qualche pensiero perché questo è uno dei libri più belli che io abbia letto.
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Il Texas, il Messico, la frontiera in sella a un cavallo. Il tempo che questa scrittura scandisce è lento. La storia è tutta un susseguirsi di piccole cose viste al dettaglio, minuziosamente descritte. L’America dei grandi spazi diventa lo sfondo ideale per le vicende di uomini leggendari non perché compiono imprese straordinarie, ma per i loro destini che incrociano il dolore, la solitudine, la meraviglia di scoprirsi vivi.

Tutto si muove su un piano leggermente inclinato e i personaggi scivolano verso una terra nuova, verso la conquista di uno spazio fatto di cielo, stelle, vento, ranch, pure un bordello in cui incontrare una ragazza che somiglia a una rosa in mezzo al deserto.

In questa trilogia, McCarthy mescola carezze e schiaffi, un po’ come fa un padre che vuol condurre i propri figli a un orizzonte di saggezza e coscienza.
Dopo un libro così si ha nostalgia di tutto. Dopo un libro così si può pure piangere, come si fa alla fine di qualcosa di davvero importante.

Non so consigliare libri, elencare i motivi per cui dovreste leggere un libro. Io so solo che queste mille e più pagine sono entrate una per una nella mia anima e vorrei che entrassero pure nella vostra.

Solo un fiore non è.

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Oggi ho pubblicato questa foto tra le mie storie di Instangram. È il primo fiore della mia gardenia. Ci ho scritto che questo fiore bellissimo mi ha fatto ripensare subito a un racconto di Sepulveda. In tanti poi mi hanno scritto di quale racconto stessi parlando. Lo metto qui, di seguito, tutto intero. Guanda ha raccolto i racconti di questo scrittore, nostro  contemporaneo eppure fuori dal nostro tempo. Dico questo perché, ad esempio in questo racconto, accade quel che più non accade nei libri, soprattutto quelli d’amore rivolti a lettori giovani. Accade che si resta sospesi, che niente si consuma. Ma è così che le emozioni si innalzano, esplodono, si generano sul serio. Leggendo questo racconto, a me ogni volta parte il cuore, sembra voglia esplodere. Eccolo qui, spero giri il più possibile, spero arrivi a quanta più gente possibile. Invoglia alla lettura, alla vita, vedrete, è davvero così.

“Lassù qualcuno aspetta delle gardenie” di L. Sepulveda.

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perché sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.  C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono.

Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici.
Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola.
Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta.
Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità.
Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse.
Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo.
In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta.
Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”

Mi fermo in biblioteca, poi passo in libreria.

Il rifugio che preferisco è la biblioteca. Libri gratuiti, storie a non finire. Ultime uscite, vecchie edizioni di titoli che hanno reso la letteratura una fonte inesauribile di immaginazione. Scelgo i titoli, li porto a casa per qualche giorno, li leggo. Sono libri presi in prestito, sono stati in altre stanze, hanno pagine sfogliate da altre mani che le hanno segnate, piegate, sgualcite. La mia lettura si unisce a quella di chi come me, in tempi diversi, ha affrontato l’avventura, la scoperta delle storie. E quando li riporto indietro, il filo non si interrompe, il tempo della scoperta continua, passa da me al prossimo lettore. Da ragazzina non avevo mai a disposizione tutti i soldi che mi sarebbero serviti per poter comprare i libri che volevo, così la biblioteca mi era utile.

sperelliana

Continua ad essere utile oggi, perché non posso comperare subito tutti i libri che vorrei e allora li aspetto così, prendendoli in biblioteca, leggendoli prima di comprarli.  Dalla biblioteca passo alla libreria. Amo avere per me i libri, che accetto di prestare solo se mi fido ciecamente di chi me li chiede. Nasce tutto in biblioteca, ma niente si ferma lì. Mi piace poter acquistare un libro già letto, rendergli onore comprandolo. I libri aspettano di essere letti e di essere scelti, comprati, aspettano il lettore sugli scaffali delle biblioteche o delle librerie. Aspettano le nostre voglie, le nostre possibilità, intendono comunque arricchirci. Libri in prestito e di tutti fin da subito, libri comprati e nostri quando entrano in casa. Dalla biblioteca alla libreria la strada è breve e sarebbe bello fosse sempre più transitata.

Nella foto trovate l’androne della Biblioteca Sperelliana di Gubbio.