Un altro maggio se ne va

Tulipani rossi in maggio

Così bello maggio che tanta bellezza finisci per non saperla raccontare. Ed è proprio così, non so raccontare nulla del mese che se ne va. Credo che abbia seminato opportunità importanti e che queste oggi mi spaventano, perché vengono a scardinare abitudini e una certa idea che mi sono fatta di me dopo essere passata dentro a un miliardo di fallimenti. Ma non voglio parlare di me. Voglio piuttosto puntare lo sguardo a quei tulipani rossi, sbocciati dopo un inverno lungo e bagnato, rossi come è rossa la passione da mettere in ogni tentativo. Sono preludio alla gioia, messaggeri di una primavera potente che si tramuterà in un’estate di poche vacanze e speriamo tanto lavoro sotto il sole. Arriva giugno, siamo sul trampolino e si dovrà saltare per un tuffo dentro un mare che speriamo sia ricco di cose belle, ché la bellezza salverà il mondo e io ne sono sicura. Maggio è la festa che, vada come vada, rimane capace di cambiare il cuore, di dettare un ritmo al tempo, di spargere in giro sguardi che ti vedono e valgono più di mille parole. Maggio è una promessa di felicità. Maggio è una notte o più notti che non dimenticherai. Oggi se ne va e viene giugno, l’estate, il tempo del cuore spogliato, nudo, che puoi lasciarlo in canottiera che tanto non avrà freddo. Giugno  è ricordare un compleanno, una finale di Champions ma giocata di giovedì (questa non potete capirla ma non preoccupatevi), come a dire che alla fine si deve giocare al di sopra del tempo, che quello se ne va ma poi torna, statene certi. La vita, a maggio, a giugno, a ottobre o dicembre, è vita…che sia la più bella possibile.

C’è tempo

Le canzoni ci rimangono addosso per un miliardo di motivi. Non c’è stato un giorno preciso in cui questa ha messo radici in me ma l’ho amata subito, perché racconta il tempo, lo fa per immagini, immagini così reali che credo possano finire per appartenere a tutti. Quel mare infinito di gente ce lo abbiamo tutti davanti, ci stiamo tutti in mezzo, ci sembra che sia perennemente in tempesta. Questa canzone viene a placare quel mare rassicurando pure noi, quando crediamo di non arrivare, quando la fretta che ci travolge sembra toglierci il respiro. C’è tempo, in queste due parole non so leggerci una garanzia, ma una speranza profondissima, o ancor meglio una profezia…in questo nostro tempo c’è bisogno di profeti, di profezie, di luce ed io le ho trovate, in una canzone.

Un film, la vita.

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Girano voci che di “Una mamma per amica” si girerà il film. Se così fosse, qualcosa dei miei primi vent’anni tornerà a farmi visita. Il film mi ricorderà una storia che ha riempito pomeriggi di tanto tempo fa, così lontani che li ho quasi dimenticati, anche se non si dimentica mai il tempo, i graffi che ci ha lasciato, il passaggio di un periodo che non è stato affatto semplice. Se il film ci sarà, mi troverà completamente cambiata, in una nuova casa, con un lavoro che non avrei mai creduto di poter fare per davvero, in una storia che non è tutta rosa e fiori quindi è precisamente come la volevo…niente principe azzurro ma solo un uomo in carne ed ossa che potesse essermi compagno di vita e accettasse la sfida di amarci per quelli che siamo, senza se, senza ma. Davanti a quel film però, tornerò un poco ai miei primi vent’anni, così sbagliati, eppure così ricchi, in cui stavo a macerarmi per un amore impossibile, per il quale non c’era speranza e mi disperava. Chiedo perdono a lui, per avergli fatto male e lo chiedo a me, per tutte le volte che non mi sono permessa di essere felice. “Una mamma per amica” tornerà a  portarmi dove non sono più, in un posto che non c’è più, pieno di sogni, un posto che non dimentico, ma che ha lasciato spazio ad una realtà che ho scelto e che è più bella di qualsiasi immaginazione, passata, presente, futura. “Una mamma per amica” tornerà e io sarò diversa,  anche se nei miei occhi brillerà ancora la luce di un amore puro, autentico, vero, disperato, grande, che non ho saputo amare, che è finito ancor prima di iniziare, che m’ha consegnato il desiderio di un cuore capace di libertà, di perdono, un cuore che desidera essere capace di allargarsi e contenere tutto, un cuore in cui il nuovo trovi posto senza bisogno di rinnegare il vecchio. Senza quel primo amore, io non sarei quella che sono e niente sarebbe quello che è. “Una mamma per amica”, un film, la vita.

Acquanera, di Valentina D’Urbano. Ogni promessa è debito.

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Parto dal titolo, dal nome. Tutto parte sempre dal nome, ed uno stesso nome sta in faccia a mille volti, nominando nello stesso modo tanta diversità. Io ho conosciuto un posto, precisamente un eremo, che si chiama alla stessa maniera di questo libro…eremo della Madonna dell’Acquanera, un luogo isolato che mi è carissimo, come la mia prima casa. Ma questo a poco a che vedere con la storia scritta da Valentina D’Urbano, di cui amo il modo di scrivere, la naturalezza con cui racconta, o forse no, perché quel posto che conosco io è circondato da un bosco, e un bosco lo troverete pure in questo libro. Ed è una storia di donne, donne dai nomi belli: Elsa, Onda, Fortuna e Luce. Storia di donne, che si muovono tra il naturale e il soprannaturale, in un mondo in cui tutto, l’immaginario e il reale, è vero. Una storia tutta al femminile, intendendo per femminile il genere che definisce un modo di intendere la vita. Femminile, nel senso che questa storia racconta di accoglienza, anche quando, soprattutto quando racconta dell’emarginazione. Una storia che racconta la vita, anche quando, soprattutto quando racconta la morte. Dalle recensioni io non mi aspetto mai che svelino passaggi di libri. Io dalle recensioni mi porto via solo qualche sensazione del lettore, perché delle sensazioni, anche quelle che gli altri a volte mi comunicano, mi fido. Allora vi lascio solo questo groviglio di sensazioni, di poche informazioni forse, ma che finiscono in un consiglio: leggete questa storia, che leggerla vi farà fare un viaggio in un posto magico, tra vite magiche, e vi assicuro che finirete per riconoscere magia anche nella vostra vita.

Consigli

Il perdono è una tasca senza fondo, se ci metti la mano una volta saprai mettercela una seconda e poi una terza scoprendo così che non si svuota mai.
Non cercare risposte da altri, ognuno ha le sue e non possono andare bene per te.
Condividi la strada, il pezzo di pane, la relazione è fonte di vita. 
Impara a stare solo ma non stancarti della gente così che la solitudine sia una scelta e non una condanna.
Dire le tue pene non vuol dire scaricarle addosso a qualcuno. Non opprimere chi hai intorno con le tue menate. Se non sei libero tu prova almeno a non rendere schiavi gli altri.
Quando non sai che regalo fare ad una persona pianta con lei un albero, che sia nel suo giardino o in qualsiasi altro posto, sarà bello guardarlo puntare dritto il cielo.
Concediti, amati.
Dimentica un torto, finisci il pasto nel piatto.
Leggi lettere, scrivine.
Approfitta di oggi, non rimandare.
Il male esiste ma il bene è più forte e vince, anche se non lo dice nessuno.
E ringrazia, la sera, prima di addormentarti, anche se non ti viene in mente per cosa, tu ringrazia.

Le pagine della nostra vita…

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Ci sono film che hanno avuto il potere di cambiarmi qualcosa nel cuore, piantarci una nuova radice. “Le pagine della nostra vita” è uno di questi. Il libro da cui è tratto non l’ho mai letto, mi è bastato il film per amare la storia. Due vecchi di cui lei bellissima, due giovani, due stagioni della vita, un amore.

Lo so che mi ripeto spesso, dicendo che credo romanticamente alla vita e alle sue strade che si intrecciano in modo del tutto imprevedibile, e credo perfino all’eternità di certi amori, di certe coppie, come pure credo eterna l’amicizia. Credo al potere che hanno le storie di raccontarci pezzi di vita che sono stati e che non vivremo più, o tutte le scelte che abbiamo avuto il coraggio di fare, i desideri per cui decidiamo di spendere tempo e fatica. Credo che siamo molto più di quello che ci raccontiamo, molto più di quel che di noi conosciamo. Credo che le storie d’amore sono infinite, brillano senza avere possibilità di spegnersi. Questo film pianta nel cuore una storia bellissima e vale una serata della vostra vita, sul divano, da soli o in compagnia, in estate o nell’autunno che potrebbe tornare anche in un giorno di maggio, quando credevamo di esserci già abituati alla primavera e siamo costretti invece ad accendere di nuovo il camino.

Riflessioni ridicole sul mio mestiere.

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Un mestiere lo sceglie o si viene scelti? A questa domanda non ho trovato risposta. Da ormai quasi quattro anni mi interrogo in merito a questa questione, senza aver trovato una risposta che mi piaccia, che mi soddisfi. La differenza tra le due alternative è abissale: se un mestiere lo scegli, puoi anche decidere quando è ora di smetterlo, ma se è il mestiere che ti sceglie, allora non puoi decidere altro che come farlo, perché il resto è tutto un destino. La scrittura è di certo un mestiere, anche quando non ti assicura il pane in tavola, il successo, le copertine anzi, forse è proprio nel bisogno che lo diventa di più, un mestiere in cui imparare e farsi strada, in cui mettersi in gioco, sudare, avere voglia di sfidarsi, cambiare, evolvere, venire fuori, affrontare limiti, incapacità, paure. Io ho affrontato una fase lunghissima di negazione…negavo a me stessa e al mondo intorno di voler scrivere. E’ stato un periodo lungo, difficile, di nascondimento, in tanti si accorgevano del mio malessere, in pochi avevano il coraggio di affrontare la questione. Ma alla fine del buio, della solitudine, della chiusura, la vita mi ha concesso di cambiare, a pensarci bene tutto quello che mi è capitato mi ha portato esattamente al punto in cui dovevo essere: davanti a un foglio, con una penna in mano, su una scrivania dove c’era da sempre appoggiata la mia macchina da scrivere. Mi sembrò di non avere più via di scampo. Sono passata per un sacco di fallimenti, ho avuto voglia di mollare, di smettere, di tornare indietro e non credere più a quello che sentivo bruciare dentro. I fallimenti, i no, sono passaggi a cui non mi abituo, ma che forgiano quello che sono e quello che faccio. Ho scritto tanto in questi quattro anni, cambiando forme di scrittura, passando dai racconti brevi ai romanzi, fino ad arrivare al taglio giornalistico. Ho partecipato a concorsi letterari, inventato un modo per farmi leggere nella mia città, ho provato a creare un progetto di scrittura per persone che, come me, possono scoprire nello scrivere una maniera di costruire e ricostruire, di curare e guarire o semplicemente di attraversarsi e conoscere qualcosa in più di se stessi. La scrittura è un mestiere, serve un laboratorio, servono strumenti, serve conoscere tecniche, imparale, ma soprattutto occorre l’estro, l’ingegno, vivere e magari avere voglia di raccontarla, la vita, raccontare quello che su di lei sogniamo, azzecchiamo, sbagliamo, perdiamo, conquistiamo, lottiamo, rinunciamo.

Il rumore dei tuoi passi…quello del mio cuore

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I personaggi de “Il rumore dei tuoi passi”, libro scritto da Valentina D’Urbano, edito da Longanesi, durante la lettura sono presto diventati persone. Questa storia mi è entrata nel corpo, è passata dalla pelle alle vene e arrivata al cuore, diretta. E’ scritta bene, è pulita, ma non per questo m’ha conquistata. La storia racconta la vita alla “Fortezza”, luogo non specificato, un luogo non luogo, indefinito quanto reale. Alfredo, Beatrice. In questa storia abitano due, non solo loro, ma intorno a loro gira tutto questo mondo, perché questo libro è un mondo. Due anime che camminano insieme, questo sono Alfredo e Beatrice, due anime per le quali andrebbe bene una frase di Giugno ’73, canzone di Fabrizio de André, nel punto in cui dice: “il loro viaggio porta un po’ più lontano”. Questo viaggio porta il lettore in giro, lontano, dentro pomeriggi stanchi, di periferia, dove la vita sembra non accadere invece, quando accade, cambia tutto e tutti.

E’ stato facile per me ritrovarmi in questa storia, scoprirmi in questa storia, ora in Beatrice, ora in Alfredo, riconoscendoci la mia storia, la mia adolescenza, e in qualche modo pure i miei vent’anni. Così “Il rumore dei tuoi passi” si è sovrapposto al rumore del mio cuore, un cuore che s’è riconosciuto, e pure conosciuto in certe emozioni per cui non aveva mai battuto. Ora Valentina D’Urbano è diventata una penna di cui mi fido, mi sembra quasi di sentirla vicina, amica, prossima. Tra tanti libri, il prossimo che scelgo di leggere è sempre suo e si chiama…beh, di questo parlerò tra qualche giorno!

Speranze che corrono dietro a un pallone

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SI fa un gran parlare del calcio malato. Eppure io non mi fermo alla notizia di prima pagina. Credo sia malato un certo modo di scrivere e dare importanza solo a certi fatti. Io sogno un giornalismo, un modo di leggere le storie quotidiane con più intelligenza, meno approssimazione, che non faccia sempre e solo il megafono per chi ha già la voce grossa, ma sia un microfono per chi non può parlare mai. Dopo gli episodi condannabili che sono emersi, il calcio per me rimane comunque uno tra i giochi più belli che l’uomo si sia inventato (sempre che poi l’uomo se lo sia inventato, forse il calcio c’è sempre stato, forse c’era solo da scoprirlo). La palla passata di piede in piede, palleggiata con maestria, azioni da gol magistrali, degne delle più grandi partite tra grandi campioni, in stadi da sogno. Il calcio giocato in piazza dopo i compiti, proibito per punizione quando a scuola si è asini più asini di un asino vero. Il calcio usato perché ci si tiri fuori da un carcere in un’ora d’aria un poco più clemente, il calcio improvvisato sulla terra rossa africana, che strappa sorrisi alla miseria. Il calcio delle figurine, quello degli oratori, quello in cui una scazzottata mette a posto le cose ma subito dopo (o magari anche solo dopo mesi, anni) insegna a chiedere scusa di una prepotenza. Quello giocato anche dalle donne, perché possiamo farlo certo!!!! Quello giocato da chi si ostina ma proprio non gli riesce. Il calcio, quello che fa meno rumore, quello di tutti i giorni, in mille modi, per milioni di persone al giorno, quello che una foto come questa racconta più di tutte le mie parole.