Poche pagine, la meraviglia…

CopNovecento

Questo libro è breve, bellissimo. In poche pagine c’è concentrata un mare di meraviglia. Non lo ho letto, l’ho ascoltato. Eravamo in due, una notte d’estate di tanti anni fa e tutta la sua meraviglia c’è piovuta addosso.

“Il tempo di un caffè”

Come_eravamo

Un racconto breve, che fa parte di una raccolta che autoproduco e metto in vendita in un’edicola della mia città…

Noi
(Ispirato ad un film)
Alla fine degli anni sessanta ho abitato un piccolo appartamento nel centro di New York, niente altro che un bilocale affacciato su Park Avenue. Nonostante la casa fosse piccola, il posto in cui si trovava era un angolo di paradiso. Studiavo giornalismo e, per mantenermi, lavoravo come segretaria nella redazione di un quotidiano. C’era una sola cosa che sapevo di me con certezza: odiavo la guerra. Ero una pacifista convinta e credevo fosse giusto battersi per difendere la pace in un mondo in conflitto. Scendevo in piazza con i movimenti studenteschi, spesso impugnavo un altoparlante per gridare slogan, guidare cortei e manifestazioni. Per tutti ero “miss cause perse”.
Una mattina di fine ottobre, lo vidi per la prima volta. Arrivò in ritardo alla lezione di letteratura americana. Seduta al primo banco l’avevo guardato giusto un istante, il tempo che impiegò per andare a sedersi qualche banco dietro di me. Il professore aveva cominciato a ridarci i racconti scritti per un’esercitazione. Ero convinta che il mio fosse il migliore, che il professore lo avrebbe letto in classe. Mi sbagliavo. Aveva scelto il racconto scritto dal ragazzo arrivato in ritardo. Ricordo ancora l’incipit: In un certo senso egli era come la nazione nella quale viveva, aveva tutto troppo facilmente…non si dimentica un inizio del genere.
Lo rividi una seconda volta ad una assemblea universitaria. Ero una dei quattro candidati alla presidenza di istituto ed ero salita sul palco per pronunciare il mio discorso. Mi ascoltava appoggiato a una colonna, mi sembrò che stesse ridendo, rideva di me. Andai in tilt, avevo tentato di riprendermi a mezze parole. Non ricordo come arrivai alla fine, scesi dal palco tra qualche applauso e molti fischi. Qualche giorno dopo ci furono le elezioni e per me fu una disfatta.
Il tragitto dalla redazione del giornale a casa era di pochi isolati, lo percorrevo a piedi. C’era un bar all’angolo di una delle strade che attraversavo. Fu lì che lo trovai una sera. Era solo, seduto a un tavolo, con un bicchiere in mano. Non c’era nessuno in giro, attraversai la strada per passare più lontano e sperare che non mi vedesse. Sentii la sua voce: “Posso offrirti una birra?”. Diceva a me, diceva proprio a me ed era così bello ed io non ci credevo. Accettai. Non so se nonostante la distanza e la luce buia della strada, aveva notato il rossore del mio viso per l’imbarazzo, per l’inaspettato invito. Mi avvicinai e, seduta con lui, al tavolino di un bar, tra una birra e qualche battuta sugli ultimi avvenimenti del mondo, discutendo delle nostre letture preferite, scoprimmo di avere in comune molto più di quel che avremmo potuto immaginare. Ci salutammo con un arrivederci, ma io ci contavo poco.
Passò qualche mese, a lezione mi rivolse niente più che qualche accenno di sorriso. Ci incontrammo una sera alla festa di un suo amico. Mi ero imbucata per distribuire i soliti volantini di informazione, alle feste ci andavo per questo, non mi arrendevo, non mi stancavo. Seduto su uno sgabello, dormiva senza appoggiarsi allo schienale, perfettamente dritto e in equilibrio su se stesso. Mi avvicinai e restai a guardarlo, in mezzo all’orda di gente che ci stava intorno. Aprì gli occhi senza alcun sussulto. Disse “portami a casa”. Non ero sicura che m’avesse riconosciuto, ma non me lo feci ripetere. Un taxi ci scese sotto casa mia. Salimmo le scale, io in fretta, lui barcollante mi seguiva. In un attimo, senza che io potessi fare nulla, si stese nel mio letto e si addormentò, senza sapere dove o con chi fosse. Passammo insieme quella notte, lui dormendo un sonno profondo, io guardandolo a lungo, dentro a quel momento così assurdo e imbarazzante. Il mattino successivo non ricordava come fossero andate le cose tra noi, ma non fece domande. Mi guardava perplesso, non usò diffidenza. Gli avevo stirato la camicia, preparato caffè e aspirina per il mal di testa. In tutta fretta se ne andò, avvolto da un imbarazzo che, senza riuscirci, cercava di nascondere. Gli dissi che poteva tornare da me, che la casa era spesso libera, che avrebbe trovato sempre una copia delle chiavi sotto il tappeto. Casa mia era casa sua se solo l’avesse voluto.
Contro ogni previsione, bussò alla mia porta una settimana dopo, all’ora di cena. Lo invitai a fermarsi. Si fermò. Tra una chiacchiera e l’altra, tirai fuori il suo racconto. Lo avevano pubblicato. Disse che aveva già smesso di scrivere, la sua vita aveva preso un’altra direzione. La carriera militare lo aveva fatto diventare più sicuro, ma gli aveva strappato via il sogno di raccontare storie, cosa che gli era sempre riuscita bene. Era anche un ottimo ascoltatore, ripeteva spesso che chi vuol raccontare deve soprattutto ascoltare. Fu la prima di molte altre sere.
Veniva per cena, e non solo per consumare un pasto, veniva per quelle storie, per me. Si sdraiava davanti al camino, con un bicchiere di vino in mano, io mi sedevo dall’altro capo del tappeto. Ascoltava la mia voce condurlo lontano…in Africa, ai piedi del Kilimangiaro, dove uomini alti, dalla pelle color dell’ebano, saltavano e ballavano su ritmi selvaggi; o su un fiume qualunque della Cina, dove donne inginocchiate facevano il bucato portando sulle loro spalle i figli ancora da allattare; o tra gli Indiani d’America che ascoltavano il rumore della notte, alla luce del fuoco acceso e sapevano leggere il cielo. Chiudeva gli occhi e seguiva le immagini che gli regalavo. Erano storie per me, sogni per lui. Potevo continuare anche tutta la notte e così è stato per molto tempo. Raccontavo e il mattino dopo se ne andava, ripartiva. Io sapevo che sarebbe tornato, ma non gli chiedevo quando. Tra noi c’era questo, l’aveva stabilito lui, lui conduceva la nave e io mi fidavo.
Poi una sera, dopo un’ultima storia, appoggiò il bicchiere, si avvicinò e all’orecchio mi sussurrò: “sei bella, lo sai?”. Nessuno me lo aveva detto prima. Io no, non lo sapevo. Avevo capito quanto serio fosse ma gli dissi: “non scherzare”. Mi tremava la voce. Disse che si era accorto di me fin dal primo giorno, quando arrivò tardi a lezione e si sedette in fretta. Quella sera, davanti al fuoco acceso, seduti sul tappeto, mi prese tra le sue braccia, puntò i suoi occhi in fondo ai miei, sembrò cercarci e trovarci qualcosa, non saprei dire cosa, ma doveva essergli piaciuto molto.
È tornato tante volte, ogni volta che ha voluto. Non sono stata io a cercarlo, lo ha fatto senza che io chiedessi. Ha condotto certe mie sere buie verso albe di cieli sereni. Il tempo suo e il mio tempo hanno battuto all’unisono. Ha posato il capo sul cuscino del mio letto, ma amava di più poggiarlo sul mio ventre. Abbiamo fumato in due la stessa sigaretta, bevuto vino dallo stesso bicchiere, dormito lo stesso sonno, seguito lo stesso amore, fino a consumarlo tutto.
Sono diventata caporedattrice di un giornale, ho cambiato casa, una casa in cui lui non è mai stato. Dentro a un giorno di vento furibondo, dopo anni, l’ho rivisto scendere da un taxi con una donna. Lo chiamai e dall’altro lato della strada mi raggiunse. Mi presentò la sua nuova compagna, chiese della mia famiglia. Lo vidi andarsene con lei, ma per un istante, da solo, tornò indietro. Ripeté quelle parole “sei bella, lo sai?” e con la sua carezza mi salutò.
Sono grata alla vita per la strada che ci ha regalato e che insieme abbiamo percorso. Sono grata alla vita per lui e per la sua anima inquieta, anima mai ferma, come la mia.