Poesia pura

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Leggerlo è attraversare un’anima, e venire attraversati nell’anima.

Un libro, un viaggio

centanni di solitudine

Vado a Macondo ogni volta che voglio. Apro “Cent’anni di solitudine” di Gabriel Garcia Marquez e mi ritrovo in quel nulla, quello sputo di villaggio in cui il niente è diventato tutto. Tra queste pagine ci si può trovare l’origine di un sacco di cose, tutte quelle che esistevano già ma che nessuno aveva ancora scoperto, a cui nessuno aveva dato un nome. A poco più di un anno dalla morte di Gabo, l’attrazione che provo verso le sue opere è indicibile, per un milione di motivi. Le storie che leggiamo ci accompagnano, questa m’accompagna nell’avventura quotidiana dello scrivere, è meta irraggiungibile, sposta sempre un po’ più in la l’orizzonte, l’arrivo. Non mi sentirò mai capace davanti a tanta capacità e questo non mi abbatte, al contrario mi fa muovere, camminare ancora, tentare nuovamente.

Della dimenticanza, della ricordanza.

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Se non fosse per quel maledetto giorno di maggio del ’78, Peppino avrebbe oggi un anno in meno di mio padre. Per me questo vuol dire mantenere verso di lui il rispetto che si deve a un uomo più grande e alla sua esperienza, anche se lui di esperienza non ne ha acquisita quanto avrebbe meritato. Si, sono dell’idea che pure l’esperienza sia un merito, perché per esempio conosco vecchi che sono rimasti inesperti come bambini, che hanno scelto una vita buona magari, senza farne un bagaglio d’esperienza, abbandonandola, dimenticandola prima ancora che accadesse. Sono certa che Peppino sarebbe stato un uomo d’esperienza, uno di quelli che la vita possono spiegartela perché l’hanno vissuta, attraversata in tutte le possibili strade, accettata senza mai soccombere, ma sempre per il desiderio folle di migliorarla ogni giorno, per se e per gli altri . Ma sono congetture, ipotesi. Quello che so invece è che per lui hanno scelto pure un giorno scomodo per ammazzarlo. Perché mentre lui veniva torturato e fatto esplodere sui binari che passano per Cinisi, a Roma veniva ritrovato il corpo dell’On. Moro, ucciso come un cane dalle Brigate Rosse e fatto ritrovare nel bagagliaio di una macchina. Un corpo esanime che richiamò l’attenzione del mondo, un corpo sparato di colpi, piegato per farcelo entrare in quel bagagliaio piccolo e stretto, immagine che sarebbe servita alla ricordanza per gli anni a venire. Di Peppino al contrario non si vedrà mai il corpo morto, perché saltato in aria e ridotto a brandelli. Un corpo esploso, quasi a voler dire che non rimane altro che un poco di carne e sangue, sparsa in giro, da consegnare presto alla dimenticanza. Tutti ricordano Moro, tutti hanno dimenticato Peppino? Io questo non lo so, dubito delle sparute notizie che ho trovato in giro su Peppino e della ridondanza di corone di fiori appoggiate alla lapide che ricorda l’Onorevole.

Ma ricordo con fervore il desiderio di libertà che Peppino trasmetteva alla sua radio, che pronunciava scagliandole come fossero pietre contro il cancro mafioso. Certo ho pure presenti le parole d’amore scritte dall’Onorevole alla sua Eleonora, chiamata da lui Noretta, moglie amata fino alla fine, soprattutto quelle dell’ultima lettera. C’è una differenza, una triste e abissale differenza tra la dimenticanza e la ricordanza di questi due uomini, e io non l’accetto. Così metto questa foto di Peppino, vivo e in movimento, la metto sola, non per richiamare alla pietà di un corpo senza vita, ma per ammonire l’abitudine al malaffare dilagante, e ricordare l’impegno di un Golia dei nostri giorni . Voglio di contro consegnare alla  dimenticanza il corpo senza vita di Moro, dentro a un bagagliaio e la corona di fiori appoggiata per dovere ogni 9 maggio, per spezzare la catena di una ricordanza pressappoco infruttuosa. Riconsegno così ai miei ricordi la vita di un uomo capace di parole d’amore (e non solo d’amore) come queste:

“Mia dolcissima Noretta,
dopo un momento di esilissimo ottimismo, dovuto forse ad un mio equivoco circa quel che mi si veniva dicendo, siamo ormai, credo, al momento conclusivo. Non mi pare il caso di discutere della cosa in sé e dell’incredibilità di una sanzione che cade sulla mia mitezza e la mia moderazione. Certo ho sbagliato, a fin di bene, nel definire l’indirizzo della mia vita. Ma ormai non si può cambiare. Resta solo di riconoscere che tu avevi ragione. Si può solo dire che forse saremmo stati in altro modo puniti, noi e i nostri piccoli. Vorrei restasse ben chiara la piena responsabilità della D.C. con il suo assurdo ed incredibile comportamento. Essa va detto con fermezza così come si deve rifiutare eventuale medaglia che si suole dare in questo caso. E’ poi vero che moltissimi amici (ma non ne so i nomi) o ingannati dall’idea che il parlare mi danneggiasse o preoccupati delle loro personali posizioni, non si sono mossi come avrebbero dovuto. Cento sole firme raccolte avrebbero costretto a trattare. E questo è tutto per il passato. Per il futuro c’è in questo momento una tenerezza infinita per voi, il ricordo di tutti e di ciascuno, un amore grande grande carico di ricordi apparentemente insignificanti e in realtà preziosi. Uniti nel mio ricordo vivete insieme. Mi parrà di essere tra voi. Per carità, vivete in una unica casa, anche Emma se è possibile e fate ricorso ai buoni e cari amici, che ringrazierai tanto, per le vostre esigenze. Bacia e carezza per me tutti, volto per volto, occhi per occhi, capelli per capelli. A ciascuno una mia immensa tenerezza che passa per le tue mani. Sii forte, mia dolcissima, in questa prova assurda e incomprensibile. Sono le vie del Signore. Ricordami a tutti i parenti ed amici con immenso affetto ed a te e tutti un caldissimo abbraccio pegno di un amore eterno. Vorrei capire, con i miei piccoli occhi mortali, come ci si vedrà dopo. Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo. Amore mio, sentimi sempre con te e tienmi stretto. Bacia e carezza Fida, Demi, Luca (tanto tanto Luca) Anna Mario il piccolo non nato Agnese Giovanni. Sono tanto grato per quello che hanno fatto.
Tutto è inutile, quando non si vuole aprire la porta.
Il Papa ha fatto pochino: forse ne avrà scrupolo.”