A Gubbio, un popolo in festa…

10929199_10153399653912249_4894412621691133118_n

La Festa dei Ceri è una corsa che il popolo eugubino, tutto intero, sceglie ogni anno di correre. La Festa dei Ceri è una corsa che il popolo intero corre non solo per sua volontà, ma per volontà del Santo Patrono Ubaldo, che infonde in ogni cuore il desiderio di correre per le vie di pietra della città fino in cima al monte Ingino, dove ci attende per mostrare a chiunque voglia vederlo, quel pezzetto di cielo che basta perché la vita, le sue fatiche, le sue attese, siano accarezzate, accolte, comprese, consolate, ripagate.

Quella di quest’anno è stata un’edizione della Festa speciale, unica, come ogni altra certo, più di ogni altra. Per capirlo è bastato alzarsi al mattino, al suono del campanone, e mettersi a camminare tra la gente che in un giorno, viene travolta non solo da un’onda d’entusiasmo, ma da un miscuglio di sentimenti impossibile da districare.

Basta poco per capire come la Festa dei Ceri sia straordinaria, ma è difficile trovare un modo unico di raccontarla, perché tutta la sua storia, la tradizione, le radici, riguardano milioni di cuori che sono passati nel corso dei secoli per questa città, su per gli stradoni del monte, e raccontare del sentire di un solo cuore è complicato, così raccontare di milioni di cuori è un’impresa che ci risulta complicata, quasi impossibile.

Allora vi basti sapere che tutto è accaduto, ogni piccolo rito della grande tradizione è stato rispettato: la sveglia, la sonata del Campanone alle sei di mattina, la visita al cimitero, la messa, la processione dei santi, la distribuzione del mazzolino, la sfilata, l’alzata e poi la mostra…quante cose si potrebbero raccontare sulla mostra, io dirò solo del silenzio che si fa improvviso e assoluto, per poi esplodere in un canto tra lacrime e dolore, nostalgia e voglia di ritrovarsi davvero, davanti alle case di ceraioli che non sono più con noi…e nel pomeriggio poi la processione della Statua di Sant’Ubaldo in cui il suo piviale viene toccato, stretto, sfiorato da migliaia di mani, e la sua reliquia baciata da tante labbra adoranti…ecco quindi la corsa, bella, bellissima, tra qualche incertezza immancabile ma anche con qualche “muta” che ha saputo correre veloce come il vento…tutto c’è stato, tutto e molto di più. Di più, perché in cima al monte è sembrato che si potesse toccare il cielo per davvero, quando tutti tre i Ceri sono rimasti in piedi, a girare nel chiostro delle Basilica tra i canti dei ceraioli, delle ceraiole, del popolo intero che ogni anno sceglie di correre per il suo Patrono Santo, e che dal suo Patrono è scelto per quell’amore provato in vita e che non è andato perduto, non si perderà. Perché l’amore ha strade sue, sempre difficili, mai scontate, ricche di grazia, che magari ti chiedono pure di attraversare conflitti, litigi, ma che ci riconducono in piedi, a far festa per la Santità di Ubaldo, un uomo, un eugubino che dal 1160 riposa di un sonno incorrotto, un sonno che non è assenza, ma presenza eterna di un padre che ama i suoi figli, e su tutti veglia, tutti protegge, tutti ama.

Il gioco del mondo

31208_420577627921_5492287_n

Tocco la tua bocca, con un dito tocco l’orlo della tua bocca, la sto disegnando come se uscisse dalle mie mani, come se per la prima volta la tua bocca si schiudesse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, ogni volta faccio nascere la bocca che desidero, la bocca che la mia mano sceglie e ti disegna in volto, una bocca scelta fra tutte, con sovrana libertà scelta da me per disegnarla con la mia mano sul tuo volto, e che per un caso che non cerco di capire coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti disegna.

Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando entro i loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se ci soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
Julio Cortazar, Il gioco del mondo

La grande bellezza

lagrandebellezza

Credo al cinema, alle immagini che scorrono e non hanno fretta, come queste. Non c’è alcuna fretta nella Grande Bellezza, non c’è nel film, non viene chiesta a chi guarda. Io l’ho visto un paio di volte. Mi sfugge qualcosa, non ho fretta di capire tutto. Sfugge qualcosa ed è un bene, tutto subito sarebbe noioso. Ma c’è una cosa invece che ho intuito al volo: personaggi come lui sono il desiderio impossibile di chi scrive, di chi vuol raccontare. Sono lampi di genio in mezzo a tanta fatica del narrare.