Le pagine della nostra vita…

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Ci sono film che hanno avuto il potere di cambiarmi qualcosa nel cuore, piantarci una nuova radice. “Le pagine della nostra vita” è uno di questi. Il libro da cui è tratto non l’ho mai letto, mi è bastato il film per amare la storia. Due vecchi di cui lei bellissima, due giovani, due stagioni della vita, un amore.

Lo so che mi ripeto spesso, dicendo che credo romanticamente alla vita e alle sue strade che si intrecciano in modo del tutto imprevedibile, e credo perfino all’eternità di certi amori, di certe coppie, come pure credo eterna l’amicizia. Credo al potere che hanno le storie di raccontarci pezzi di vita che sono stati e che non vivremo più, o tutte le scelte che abbiamo avuto il coraggio di fare, i desideri per cui decidiamo di spendere tempo e fatica. Credo che siamo molto più di quello che ci raccontiamo, molto più di quel che di noi conosciamo. Credo che le storie d’amore sono infinite, brillano senza avere possibilità di spegnersi. Questo film pianta nel cuore una storia bellissima e vale una serata della vostra vita, sul divano, da soli o in compagnia, in estate o nell’autunno che potrebbe tornare anche in un giorno di maggio, quando credevamo di esserci già abituati alla primavera e siamo costretti invece ad accendere di nuovo il camino.

Riflessioni ridicole sul mio mestiere.

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Un mestiere lo sceglie o si viene scelti? A questa domanda non ho trovato risposta. Da ormai quasi quattro anni mi interrogo in merito a questa questione, senza aver trovato una risposta che mi piaccia, che mi soddisfi. La differenza tra le due alternative è abissale: se un mestiere lo scegli, puoi anche decidere quando è ora di smetterlo, ma se è il mestiere che ti sceglie, allora non puoi decidere altro che come farlo, perché il resto è tutto un destino. La scrittura è di certo un mestiere, anche quando non ti assicura il pane in tavola, il successo, le copertine anzi, forse è proprio nel bisogno che lo diventa di più, un mestiere in cui imparare e farsi strada, in cui mettersi in gioco, sudare, avere voglia di sfidarsi, cambiare, evolvere, venire fuori, affrontare limiti, incapacità, paure. Io ho affrontato una fase lunghissima di negazione…negavo a me stessa e al mondo intorno di voler scrivere. E’ stato un periodo lungo, difficile, di nascondimento, in tanti si accorgevano del mio malessere, in pochi avevano il coraggio di affrontare la questione. Ma alla fine del buio, della solitudine, della chiusura, la vita mi ha concesso di cambiare, a pensarci bene tutto quello che mi è capitato mi ha portato esattamente al punto in cui dovevo essere: davanti a un foglio, con una penna in mano, su una scrivania dove c’era da sempre appoggiata la mia macchina da scrivere. Mi sembrò di non avere più via di scampo. Sono passata per un sacco di fallimenti, ho avuto voglia di mollare, di smettere, di tornare indietro e non credere più a quello che sentivo bruciare dentro. I fallimenti, i no, sono passaggi a cui non mi abituo, ma che forgiano quello che sono e quello che faccio. Ho scritto tanto in questi quattro anni, cambiando forme di scrittura, passando dai racconti brevi ai romanzi, fino ad arrivare al taglio giornalistico. Ho partecipato a concorsi letterari, inventato un modo per farmi leggere nella mia città, ho provato a creare un progetto di scrittura per persone che, come me, possono scoprire nello scrivere una maniera di costruire e ricostruire, di curare e guarire o semplicemente di attraversarsi e conoscere qualcosa in più di se stessi. La scrittura è un mestiere, serve un laboratorio, servono strumenti, serve conoscere tecniche, imparale, ma soprattutto occorre l’estro, l’ingegno, vivere e magari avere voglia di raccontarla, la vita, raccontare quello che su di lei sogniamo, azzecchiamo, sbagliamo, perdiamo, conquistiamo, lottiamo, rinunciamo.