Franziska…

Oggi ho parlato di questa canzone, di quel primo ascolto…

Come gli sarà venuto in mente?

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Non conosco le ragioni di questa proposta, forse nemmeno voglio conoscerle. Voglio continuare ad ignorare i motivi per cui un ministro possa proporre una cosa così.

Perché io credo negli inediti chiusi nei cassetti, in quelli bocciati, in quelli rifiutati e credo al dolore, fortemente privato, che uno che vuol fare lo scrittore di mestiere prova ad ogni porta sbattuta in faccia. Non c’è biblioteca di inediti che possa trovare una sua ragione d’essere, che possa alleviare l’amarezza che condisce un rifiuto. Gli inediti sono sacri fino a che appartengono alla sfera privata, e sono per solito scritti male, per questo non vengono editati. Io ho un cassetto di inediti che straborda. Non li affiderei a nessuna biblioteca, non hanno a che vedere con la letteratura, con i libri che dovremmo imparare a leggere. Sono inediti, spesso in attesa o spesso dimenticati. Parlo per me…i miei inediti nutrono il mio desiderio di scrivere davvero, di arrivare a scrivere una buona storia, che domani un editore pubblicherà e potrà finire in una libreria, poi in tante case, su tanti comodini, tra tante mani, sotto tanti occhi, e alla fine pure in una biblioteca, una di quelle che in questa misera Italia non sanno come sopravvivere vista la carenza di fondi. Sogno e lavoro, alle spalle ho tanti inediti, mi ammazzo di scrittura per tirare fuori finalmente una buona storia che sia letta e condivisa. Al ministro Franceschini consiglierei di andare in una biblioteca qualsiasi, fatta di libri scritti e consumati, di storie lette e rilette, che hanno nutrito i sogni di chi continua a scrivere inediti senza futuro, e comunque non si rassegna, tiene duro, lavora senza guadagno alcuno, solo per il rispetto verso la letteratura e il suo passato, senza guadagno fino a che il suo non sarà un buon lavoro e non avrà bisogno di contentini, di false speranze, ma di una buona politica che incrementi la cultura. Una biblioteca di inediti, così a prima vista, incrementa il becero che promette facili traguardi con poca fatica. In un paese in cui si scrive tanto e si legge poco, vedrà quanti voti avrà con questa proposta, caro Ministro! Contento lei…

Una goccia di splendore

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Quando mi sono avvicinata alla sua musica avevo la febbre, una febbre alta che mi tenne a letto per più di una settimana. Ero sulla soglia di una porta che mi avrebbe condotta alla maggiore età e quella febbre, diceva mia nonna, m’avrebbe fatta crescere ancora un poco, l’ultimo mezzo centimetro prima di fermarmi definitivamente al metro e 64 che sono. Era l’11 gennaio 1999, data che mi sbatté in faccia la figura definita da tutti “rivoluzionaria” nel mondo del cantautorato internazionale. In occasione di quella giornata in cui Faber si spegneva, trasmisero il suo ultimo concerto. Io fino a quel momento non lo avevo mai ascoltato, o forse l’avevo fatto ma senza fermarmi mai a sentirlo per davvero. Quella sera in preda alla febbre, resistei, nel letto della mia cameretta e quasi in un gesto eroico mi spinsi oltre il limite di sonno che il mio fisico mi imponeva. Il suo ultimo concerto comincia con l’ultimo suo lavoro “Anime salve”, canzoni dialettali tra cui spiccò “Smisurata preghiera”, un testo che mi lasciò addosso “una goccia di splendore”, la stessa frase che ritrovai molti anni dopo come titolo a questo volume.

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In casa mia non si ascoltava De André e dovetti fare tutto da sola. Comprai un primo cd, “L’Indiano”, erano tempi in cui la musica non si scaricava ancora e bisognava cercarla in giro per i negozi, sugli scaffali delle librerie degli amici, pregandoli che te ne facessero una copia. Mi innamorai di quella copertina, che non ritraeva l’artista ma raccontava il senso del suo suonare e cantare. “L’Indiano” mi regalò Franziska, una canzone che avrei poi imparato a strimpellare, una canzone che racconta di una ragazza e delle sue attese, e mi regalò l’immagine di Fabrizio che abbraccia una chitarra, l’immagine di lui che preferisco fra le molte.

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Dopo qualche mese, comperai “Non al denaro non all’amore né al cielo”. Mi aprì la porta su una letteratura sconosciuta, di cui L’Antologia di Spoon River è simbolo indiscusso. Tra tutti i personaggi descritti e cantati c’è Il Malato di Cuore. Un amore puro, in cui ho sempre intravisto la passione profonda per il genere femminile. Faber non disdegnò mai di carezzare le gambe di molte preferendo poi amarne solo un paio, al massimo due paia, quelle delle sue mogli. Un ragazzo che correva dietro alle ragazze, ma che somigliava molto a quel malato di cuore, “ma che la baciai per Dio si lo ricordo e il mio cuore le restò sulle labbra”, capace di amare di un amore purissimo e vero.

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Non solo la sua musica, ma il suo modo di vivere mi ha affascinato. Questo libro lo racconta bene, lo fa non solo a parole, ma soprattutto nelle fotografie. “Una goccia di splendore” di Guido Harari, percorre attraverso le parole e le immagini tutto il personaggio. Fabrizio De André ci appare non più un mito inarrivabile, ma un uomo curioso e che non s’accontenta. Così scava, cerca, legge, suona, cerca collaborazioni e le trova, si trasferisce in un posto che sembra cadere a pezzi e che invece torna a vivere. Io sono certa che si nasca con delle predisposizioni, ma sono altrettanto certa che un uomo possa diventare ciò che vuol diventare, può cambiare e può decidere per se, aiutato in questo anche dal pensiero degli altri che una volta elaborato, non ci fa somigliare agli altri, ma ci distingue, facendoci diventare tutto quello che possiamo essere. Fabrizio, cantastorie, cantautore, lettore, scrittore, agricoltore, marito, padre. Sul suo letto apparecchiato di giornali e libri e canzoni e spartiti e chitarre, sul suo letto ha sognato ed è divenuto il meglio dei suo sogni.

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E nei suoi sogni, come nella realtà, l’uomo ammalato di solitudine non è mai solo. Con Dori non è stato più solo.

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Solitario e mai solo. Questo Fabrizio io ho imparato ad amarlo in solitaria, cantandolo alla fine di una passeggiata, leggendolo alla fine di una giornata, condividendolo con qualche amico, facendo in modo che divenisse colonna sonora per tanta vita. Questo libro mi ha regalato parole cangianti, le sue parole cangianti, splendenti, e le immagini di lui che non avevo mai visto. E pure la sua filosofia, un pensiero lucido su tante cose, paziente e feroce allo stesso tempo. La sua musica è la punta, la cima di un monte che ti chiede la fatica di essere raggiunta, ma t’appaga certamente di ogni sforzo. A Faber devo molto, anche del mio mestiere, del mestiere che sogno di fare, dell’unico mestiere che voglio fare.