Alfredo

Questa storia non è bella, lo so, ma l’ho scritta col cuore, per Alfredo Rampi, 11 aprile 1975 – 13 giugno 1981, a cui per un qualche motivo sconosciuto mi sento legata in modo assoluto.

Premessa: non è una storia che voi direte alla fine “Ma che bella, ho voglia di rileggerla.” Vorrete dimenticarvene, non fatelo. Ogni storia triste ci racconta un passaggio breve, ma felice, non dubitatene mai.

Alfredo è un nome che è facile diminuire e diventa in un attimo Alfredino. È uno scricciolo in effetti Alfredo Rampi, uno smagrito bambino di sei anni, piccolo e vivace, mai fermo. Nella foto sorride con quella smorfia tipica dei bambini col sole in faccia. Dietro l’obbiettivo qualcuno gli dice di sorridere, di mostrarsi bello. Ma Alfredo è già bello, non ha bisogno di pose, è bello come ogni bambino della terra.
Ed è uno di quelli che coi grandi ci sta bene, un figlio molto amato. Suo padre con alcuni amici esce, se lo porta con se, “Vieni con noi Alfredo a fare una passeggiata?” “Siiii! Certo che vengo”.
Sulla strada del ritorno, a tuo papà chiedi di continuare a camminare per prati, da solo, vi sareste rivisti a casa. Non guardi dove metti i piedi vero? Tu piuttosto guardi l’aria, il cielo d’estate che si fa scuro più tardi del previsto, che concede più ore di luce per star fuori. Questo volevi fare, startene fuori, goderti una corsa. Sei curioso, mamma tua t’ha fatto così, curioso e sveglio. Sei un bambino che il cielo desidera avere per se, non lo sapevi quel giorno, non ancora, nessuno lo sapeva, ma era già così. Questo succede, che mentre salti e rispondi al cielo che in qualche modo ti chiama, tu cadi giù, in un buco, nel ventre della terra. Sei solo e spaventato e hai bisogno che qualcuno ti venga a salvare.
A casa sono preoccupati perché non sei tornato, sono le nove di sera, escono tutti a cercarti, vedrai che ti trovano e ti tirano fuori di lì.
Così è, ti trovano in quel buco che qualcuno aveva chiuso con quattro sassi e una lamiera, non sapendo che tu ci fossi finito dentro poco prima.
Vedi il cielo, un piccolo cerchio di stelle e mentre piangi di paura, senti la voce della tua mamma che ti chiama e ti dice “Stai tranquillo” “Mamma sono qui. Che sciocco sono stato. Sono caduto, non ho visto dove mettevo i piedi.” “Alfredo, non ti muovere, arrivano gli angeli e ti portano fuori, pure l’uomo ragno arriva, ti prende e ti porta da me.”
Arriva il mondo a Vermicino, due giorni in cui il mondo è tutto con Alfredo, quelli che contano, pure i potenti sono con te. Ma anche il resto di gente che continua a vivere la sua vita, pensa a te, che sei nel buco. Anche mia madre, che aspetta di partorirmi, da casa sua segue la diretta televisiva, vede i pompieri, i carabinieri, Pertini, una lunga processione di gente. Io pure Alfredino, sono al buio come te, ma protetta e al caldo, al sicuro, non al freddo, nel fango. Dicono che i bambini nella pancia della mamma sentano tutto, in quel lontano 1981 non si sanno ancora tante cose, ma oggi le sappiamo. Nella pancia io sentivo la tua vita scorrere in tv, ed è lì che ci siamo conosciuti, nel buio e nell’attesa che succeda qualcosa per vedere finalmente la luce.
Siamo al buio però Alfredo, il 13 giugno io sono ancora ad aspettare una spinta, nel calore del ventre di mia mamma. Tu, che hai guardato il cielo per tutta la tua vita, che hai goduto di un breve tempo di libertà, non hai nessuno che possa tirarti fuori, nessuna spinta dal fondo, nessuna presa sicura in cima. Io scalcio, nella pancia di mia madre scalcio, come per venirti ad aiutare. Ma nessuno può più aiutarti se non il cielo. Quanta fatica per te han fatto tutti, non è bastata, la fatica della consolazione che tua madre ha cercato di darti non è bastata e allora il cielo ti avrà, che un bambino bello come te lo avrà voluto il cielo di sicuro.
Potevi stare attento, potevi essere meno curioso, meno coraggioso, ma non saresti stato bello come sei stato, esattamente il bambino che tua mamma e il tuo babbo hanno amato e che in tanti hanno amato, che hanno cercato di salvare dal cielo.
Non voglio più ascoltare chi dice che in un buco, nella terra, hai incontrato il buio. In quel buco, Alfredino, tu hai trovato il cielo.

Credi alle favole!

WIN_20150611_002348

Quando una mia carissima amica mi regalò questo libro, per prima cosa lo appoggiai sul comodino, in attesa. Lo lessi dopo qualche tempo, lo finii in due sere prima di dormire. Una favola, come poter definire questo libro in altro modo? Io ho odiato il genere, fin da bambina, ad eccezione di Pinocchio e del Mago di Oz. Sono costretta quindi a dire, dopo questa lettura, contravvenendo ad ogni fede professata fino a questo momento, che le favole, a volte, possono salvarci la vita, svegliarci da sogni che assomigliano più a stupide illusioni, e metterci improvvisamente in contatto con una parte di noi che non conoscevamo. A me è successo. Non mi sono mai sentita una principessa, il mio aspetto e i miei modi non rispecchiavano affatto l’idea comune che se ne ha. Ma Victoria…come non rivedersi in Victoria? A tutte le donne (e non escludo gli uomini), alle ragazze (e non escludo i ragazzi) che credono più agli altri che a se stesse, io dico che leggere questo libro sarebbe un buon inizio per cominciare a rivalutarsi! Credi alle favole, credete alle favole, non vi illuderanno, vedrete!