“Cade la terra” di Carmen Pellegrino

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Quel verbo messo nel titolo come un dato di fatto, “cade”, niente di più e niente di meno che una costatazione, alla fine del libro io l’ho trovato smentito. Alento è un paese che frana, inesorabilmente la terra slitta, le case crollano se non sono già crollate e l’ultima abitante, Estella, vive l’abbandono, crepa dopo crepa. Ma non è questo che m’è rimasto addosso, non l’abbandono, non la morte, non l’inesorabile cadere del tutto. Mi porto via da queste pagine un canto d’amore, un desiderio di vita, la radice che rimane a dire che il passato è stato e per questo non può non essere più. La memoria, il tentativo di vedere nelle crepe la luce, questo è il regalo più prezioso che Carmen Pellegrino mi ha fatto. “Abbandonologa”, una storica e abbandonologa, in questa definizione c’è tutta la malinconia inevitabile se ricopri un ruolo come questo. Ma Carmen sceglie in quel ruolo di raccontare una caduta ma per vederci un rimettersi in piedi, sceglie di narrare le piccole morti per cantare un più grande senso di vita, di narrare l’abbandono per portarci a scoprire che apparteniamo, a luoghi, persone, alla terra, noi apparteniamo.