peppino-impastato

Questa foto la tengo sul muro davanti alla mia scrivania. Mi ricorda Peppino ogni giorno. Il motivo è solo uno: per lui le parole erano fondamentali. Le sue parole abitavano luoghi d’omertà, abitavano luoghi inospitali, e non per questo le risparmiava. Io guardo la foto di questo ragazzo minuto, dalla faccia triste, col suo maglioncino nero, quasi fosse vestito a lutto. Nei suoi occhi però vedo la sete di vita. Le sue parole, il suo lavoro, erano fame di vita. Morì calunniato, dissero che aveva voluto farla finita, che s’era suicidato. Come poteva lui aver rinunciato? Già tutti sapevano che non era così. Anno scorso, un anno fa esatto, aprivo il mio blog. Dentro ci ho messo poco di tutto, ho scritto di libri, di idee, impressioni, ho reso libere le mie parole. L’ho fatto con il desiderio di sentirmi sempre in una piazza, in mezzo alla gente. Per questo oggi parlo di Peppino, perché lui questo desiderio lo ha difeso. Le parole lo hanno portato in piazza, nelle vie, tra la gente. Lui, dietro a un microfono, era presentissimo alla vita degli altri. Ecco il perché della sua foto sul muro, per ricordarmi che le parole, anche quando sono dietro a un microfono, dette tra quattro mura ma lanciate oltre, hanno il peso di certe sassate tirate con forza. Ho un blog, ci scrivo, sto leggera il più delle volte, poi alzo gli occhi, incrocio il suo sguardo, mi sento piccola, mi sento viva, pronta alla responsabilità delle parole. Non mi appesantirò nella scrittura, perché mi piace quell’idea che spesso dimostrava di se stesso, quando sembrava volare come una farfalla ma pungeva come una vespa (cit.)

Così io non sono Peppino, non ho una radio, non ho le sue capacità, non mi viene chiesto nulla. Ma ho le parole e non voglio sciuparle, renderle inutili. Un blog è solo un blog, niente altro che un blog perduto tra mille altri. Sciupiamo qualcosa però quando pensiamo che non serve a nulla tentare di scrivere per tenersi vivi. Peppino in fondo non è morto affatto. Le sue parole lo hanno reso vivo, più che mai.

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