Il gioco del mondo

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Ho scoperto tardi questo libro, ma lo amerò per sempre.

A questo libro riconduco l’amore per la scrittura e per la lettura.

A questo libro devo l’idea del laboratorio di scrittura.

Un libro che, per come è scritto e per come puoi leggerlo, non somiglia a nessun altro.

La genialità è tutta in queste pagine, che puoi leggere un capitolo dopo l’altro, oppure seguendo le indicazioni che l’autore stesso suggerisce (una consecutio di capitoli scelti, scritta all’inizio del libro).

Horacio Oliveira è il protagonista. Lo conosci, così ti sembra, ma non finisci mai di conoscerlo, perché il libro tende all’infinito come l’anima di Horacio.

Due spazi, Parigi e Buenos Aires e due tempi, quelli che riguardano le vicende del protagonista.

Accade tutto, tutto è raccontato. Come? Divinamente, nel senso che lo scrittore scrive e crea, gioca e in quel gioco chiama il lettore esattamente come farebbe un dio nei primi giorni del mondo.

Rayuela è il termine che identifica il gioco della campana, quello in cui si lancia un sasso su una casella nella quale è scritto un numero e si salta con una sola gamba per raccoglierlo…una sola parola identifica il gioco che lo scrittore intende far fare al lettore.

Credo sia un libro speciale, non immediato, non facile certo ma nemmeno complicato.

Davanti ad un libro arriviamo spesso pieni di aspettative, a me piacerebbe raccontarvi quelle che avevo davanti a “Il gioco del mondo” ma le ho dimenticate tutte. LA lettura ha spazzato via quello che credevo e volevo, lasciando il posto a tutto quello che non sapevo immaginare…ci sono spicchi di vita in cui non è sempre facile riconoscersi, ma nei quali è semplice ritrovarsi, pezzi di pura poesia:

“Tocco la tua bocca, con un dito tocco il bordo della tua bocca, comincio a disegnarla come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà che scelgo per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che, per un azzardo che non cerco di comprendere, coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti sta disegnando.

Mi guardi, da vicino mi guardi, sempre più da vicino e allora giochiamo a fare il ciclope, ci guardiamo tanto da vicino che i nostri occhi si allargano, si attaccano tra di loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirano confusi, le bocche s’incontrano e lottano nel tepore, si mordono con le labbra, appoggiano appena la lingua tra i denti, giocano nei loro recinti là dove un’aria pesante va e viene col suo profumo antico e il suo silenzio. Allora le mie mani cercano di immergersi nei tuoi capelli, di accarezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre noi ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranze oscure. E se ci addentiamo, il dolore è dolce, e se affoghiamo in un breve e terribile assorbirsi dell’alito, quell’istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare su di me come una luna nell’acqua.”

Ecco di cosa parlo, di cose così, cose di vita.

Dopo averlo letto ho sognato di poter invitare tanti alla lettura di questa meraviglia, di fare di questa lettura un momento privato prima e poi condiviso. Fare della scrittura e della lettura un gioco, il gioco della creazione di un mondo proprio, o del mondo di una qualche anima, nel quale incontrarsi e riconoscersi.

Amo questo libro per un milione di motivi, molto personali, e pure per un milione di motivi per nulla privati, quelli che considero necessari per sentirsi parte del mondo, dell’umanità. Questo libro mi appartiene, ci appartiene, io gli appartengo, noi gli apparteniamo.

Il giorno che non scorderò.

https://www.youtube.com/watch?v=WgAsQmZ8Vdw

Il giorno che non scorderò ha la sua colonna sonora, ed è quella del film “Il postino”.

Si, il giorno che non scorderò è quello in cui il ragazzo che mi piaceva non mi invitò al cinema, o a mangiare un gelato, o a fare una passeggiata e non mi dedicò una poesia, e non mi regalò il suo libro preferito, e non mi chiamò a vedere il cielo d’estate, le stelle cadenti.

Il giorno che non scorderò è quello in cui ho visto questo film da sola, e mi sono innamorata ancor di più di quel ragazzo che non mi aveva invitata mai in nessun posto.

Un amore che non ho mai potuto vivere ha avuto la sua bellissima colonna sonora, e quando riascolto questa musica, non torna quell’innamoramento di un tempo, ma l’idea del cuore vivo, che non segue la ragione, ma accetta di struggersi per qualcuno.

L’estate è praticamente alle porte e nonostante il tempo grigio, i giorni di pioggia, le temperature ancora troppo fredde anche solo per poterla immaginare, io sento il profumo di quell’amore mancato, in quell’estate di tanti anni fa. Auguro a tutti i ragazzi e le ragazze, di godersi il tempo libero che è appena cominciato, di saperlo riempire di vita, quella per cui, anche dopo anni, saprete riconoscere tenerezza e meraviglia. Un amore mancato, un amore avverato, un amore taciuto, un amore dichiarato, che possa regalarvi un giorno da non scordare, una musica da non scordare, un cuore innamorato che, comunque vada, sarà il ricordo più prezioso che potrete portare sempre con voi.

La tristezza di un mondo finto, inventato

Niente da aggiungere. Leggete, leggete, leggete.

La Torre di Babele

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Oggi mi gira male. Mi è bastato vedere le immagini della folla adorante, nella mia città, intorno all’uomo-vetrina per cambiarmi l’umore. Corona che sta seduto senza espressione, come un oggetto, davanti a ragazze (e non solo) inebriate a far la fila per un selfie, immortalando un simbolo di che? Sicuramente di una società ormai malata, finta, che vive di illusioni. Complimenti a lui, certo, che ha saputo interpretare questo mondo di carta, ma molta tristezza per chi ci è cascato. Pensateci un momento: ma come si vive oggi? Dentro a Suv fasulli, con l’occhio fisso sullo smartphone, disperati eppure indebitati per una vacanza cult. Schiavi dei social network con il “bisogno compulsivo di controllare il proprio profilo” e “la tendenza all’isolamento dal mondo reale e facilità a cadere in depressione”. Tutto bello, tutto nuovo ma anche soggetto a grandi rischi. Soprattutto la dipendenza. A tal punto che in qualche città…

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Niccolò Fabi, il concerto che aspettavo.

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Ho aspettato questo concerto col cuore carico di emozione. Quando è arrivato, il 18 maggio scorso, l’ho vissuto come un’occasione.  C’è l’occasione che viene a cercarti, quella che cerchi, che si propone e raccogli, accogli. L’incontro con la musica di Niccolò Fabi è un’occasione che è insieme tutte queste occasioni. Il concerto è stato un momento di vita di quelli che non scordi, si attaccano su qualche parte del corpo, si imprimono in qualche angolo dell’anima. Ha parlato a me, eravamo in tanti ma a me è sembrato che parlasse solo a me. L’ho ascoltato. L’ho sentito. C’è una canzone che più di tutte mi è arrivata al cuore, m’ha raccolta dall’angolo in cui mi sono infilata. “Facciamo finta” mi ha parlato della morte, ma non lo ha fatto con tristezza. M’ha parlato di illusioni, di piccole illusioni quotidiane, raccontate ai bambini, ai bambini che abbiamo intorno, ai bambini che siamo noi stessi. Illudere un bambino è facile, poi la vita smonterà tutto, o forse certe illusioni resteranno, resisteranno. Il finale è potente, per chi conosce la storia di quest’uomo al microfono, è stato impossibile non sentirsi coinvolti, commossi. Eppure è un finale che appartiene a tutti e questo è doloroso, così doloroso da essere tremendamente vero, anche per chi non è stato sfiorato da una morte tremenda. Nessuno ha saputo massaggiare la ferita che una morte ha lasciato su di me come questa canzone, come la sua voce, come quel momento del concerto in cui lui ha mostrato qualcosa di molto personale e per questo forse tanto comune. La vita più vera è comune, è nostra e di tutti. La vita più vera è quella dei momenti che non sappiamo raccontare per tanto tempo, poi invece li sappiamo dire, condividere. Diventano motivo di incontro.

“Facciamo finta che io posso schioccare le dita e in un istante scomparire, quando quello che ho davanti non mi piace non è giusto o semplicemente mi fa star male, facciamo finta che io torno a casa la sera e tu ci sei ancora sul nostro divano blu, facciamo finta che poi ci abbracciamo e non ci lasciamo mai più…”
Quello schiocco di dita è solo l’immagine di un’illusione, bellissima, anche se si smonterà perché la vita è così, smonta tutto, lo ricompone come vuole. Ringrazio Niccolò per la sua musica che si integra col miglior cantautorato italiano del nostro tempo, pur rimanendo sola, a brillare, un po come faceva quel De André che sapeva fare di una piccola canzone, un messaggio condiviso che mostrava qualcosa della vita che sapevi, ma di cui non avevi consapevolezza. Questo è il mio racconto di una serata straordinaria, condivisa con un’amica, il racconto di una notte che non dimenticherò.

Il delirio di chi sa che non ce la farà.

La questione è complessa, troppo complessa, perché c’è di mezzo l’anima e un’anima è questione complessa. Fino a qui tutto chiaro no? Bene. Il problema è che adesso tutto si complica: perché è ammettere un fallimento, quello dell’anima che ha provato a volare e non ce l’ha fatta. L’anima in questione chiaramente è la mia. Ho provato a lanciarla lontano, in alto, oltre il confine, il limite. Di lei ho scritto, detto e ridetto tutto, l’ho fatta vedere. Ma è rimasta trasparente, e il suo volo è durato pochissimo, è tornata indietro, mi è venuta addosso e non me lo aspettavo. Avrei voluto ritrovarla un giorno, saggia, capace di grandi slanci, di prospettive nuove, invece l’ho rivista poco dopo averla salutata, nel suo delirio, il delirio di chi sa che non ce la farà a fare un sacco di cose. Ho messo la mia anima in questo blog, l’ho tirata dritta qui dentro un anno fa. Oggi l’ho ripresa, ritrovata al suo ritorno da questo breve viaggio di poco più di un anno. In pieno delirio, un delirio che ho deciso di ascoltare. Non è riuscita a volare, ha visto e ha girato intorno alle solite cose, senza riuscire nel guizzo in cui speravo. Stancamente la lascio dormire, nuovamente, in attesa che qualcosa  venga a risvegliarla, fosse una cosa piccola, un piccolo progetto, o una cosa grossa, un grande progetto da portare a termine. Adios!