“Appia”di Paolo Rumiz

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Mettetevi comodi, si parte, si va. A condurre il viaggio è Paolo Rumiz, la sua scrittura inconfondibile e tipica di chi ha fatto suo il verbo “andare”. Ci porta lungo una delle vie più ricche di storia che si possano percorrere e che abbiamo dimenticato di percorrere, l’Appia, la via che volge verso il sud-est, che tende all’oriente, che guarda l’orizzonte delle albe, dei giorni appena iniziati.

Un viaggio di scoperta, un viaggio di riscoperta. Si, perché la strada a volte c’è, e basta soltanto riscoprirla. L’imperativo in questo viaggio è “fidiamoci”, nel senso che nessuno più di Paolo conosce quello di cui parla perché ha compiuto il tragitto ben quattro volte e il libro è stato scritto proprio durante l’ultima volta, a detta di Paolo, la volta più difficile.

Una mappatura completa della strada dimenticata, tutta fatta e tutta da rifare. Il libro è un racconto del viaggio compiuto, quel viaggio non uno qualunque, quindi una sorta di diario di bordo. Ma è pure una sorta di guida, in cui le tappe sono scandite e raccontate al dettaglio, quasi fosse un invito a non fermarsi a quel viaggio, ma a compierne uno, lo stesso eppure diverso, il nostro insomma.

Un’odissea, permettetemi il termine, dei nostri giorni, quando i viaggi sono sempre più a bordo di mezzi che non ci permettono il contatto con i luoghi attraversati. In un mondo in cui le mete dei nostri viaggi oltre che ad essere lontane sono solo luoghi di villeggiatura, Paolo Rumiz ci invita alla conta dei chilometri , uno dopo l’altro, alla conta dei passi, uno dopo l’altro, alla chiara, chiarissima intenzione di ridimensionare la lontananza per far grande, ancora più grande il tragitto…quello che passa per i luoghi vicini e dimenticati, spesso oltraggiati.

Questo viaggio ha liberato l’Appia dalla prigione, l’ha riportata ad essere parte della nostra terra, quella che si allunga verso l’oriente, verso modi di vivere a misura d’uomo. Il viaggio che compiamo in questo libro, o che almeno io ho compiuto, m’ha lasciato in bocca la voglia di partire per trovarmi perduta, finalmente, anche se a un passo da casa, perduta in casa.

Una scrittura che rapisce, che a tratti diventa poesia, esplora il territorio sacro dell’umanità, accende il fuoco dei falò fatti sotto le stelle, quelli degli esploratori del mondo nuovo, fatto tutto di terra aria e acqua combinate nei modi più vari, elementi che l’uomo scorda e invece non può scordare se vuole salvare qualcosa, se vuole salvarsi.