La fatica dei colori

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1487 km tra Roma e Cinisi. Una lunga strada che, dal 9 maggio 1978 si è fatta di pochi centimetri, quelli che bastano ad unire sui giornali, in tv, nelle pagine web,  nei ricordi e nella memoria della gente, le vite di questi due uomini. Sì, non ho detto le morti, ma ho scritto “le vite di questi due uomini” perché la morte è solo un istante, un momento, un passaggio della loro vita. E le loro vite sono profondamente diverse, così come le maniere di ricordarli sono diverse. Ma c’è un’unica radice da cui sono nati l’uno e l’altro: l’impegno verso il proprio paese, declinato in tante forme.

E gli uomini hanno un destino, misto di fatalità e di scelte precise, incrocio di strade evitate e di altre strade imboccate. Cento passi di Peppino, 55 giorni di Moro, misura e tempo che vanno a coincidere in un giorno di maggio, un giorno che per me, nata nel 1981, è in bianco e nero. Nelle foto dei loro volti, di quelle giornate, dei pezzi di vita che ho cercato con curiosità,  ho trovato il bianco e il nero, nessun altro colore. Gli anni di piombo sono in bianco e nero per chi, come me, non li ha vissuti. Il tempo è passato, quarant’anni non sono pochi, anche se a sentire mia madre e mio padre sono volati in un soffio (e più passa il tempo più sento anche io che tutto è tremendamente veloce). E il tempo si è portato via i colori, lasciando solo sfumature di grigio. Non sono solo le foto, i frammenti di quelle particolari storie, ad essere in bianco e nero. Ma io credo che dovremmo cercare i colori in queste due storie che si intrecciano perché appartengono allo stesso tempo, allo stesso paese, alla stessa storia, la nostra. E cercarne i colori, è imparare nuovamente a vedere i colori. Perché i colori rendono giustizia in ogni memoria, fissano meglio le immagini, lasciano impressioni:  il bianco e nero dell’inchiostro sul foglio delle parole scritte di Moro, il rosso del suo sangue e di quello degli uomini della sua scorta, ad esempio, o il verde e il marrone della terra, quella per cui Peppino si batteva. I colori dei vestiti della gente, della folla che si mosse come impazzita in via Caetani, e pure a Cinisi, dove ogni 9 maggio ci si continua ad incontrare. I colori renderebbero più vive le foto, servirebbero. Quando ricordiamo, cerchiamo i colori, qualsiasi colore e sfumatura. Perché 40 anni fa il loro sangue è scorso e scorre ancora, per renderci più vivi e dovremmo imparare a riconoscerlo, dovremmo rimanerne impressionati. Noi a loro dobbiamo una memoria a colori, vivace, viva, che serva per fare passi in avanti, per colorare la nostra vita, quella delle istituzioni in questo paese stanco e abituato al gretto compromesso.

La fatica dei colori, per rendere giustizia alle storie di due uomini relegati al bianco e nero e pure alla nostra storia.

Scrivo questo perché io mi chiedo come sia possibile vivere in un mondo in bianco e nero. Un paese in cui il grande fratello batte nell’auditel la prima serata dedicata a Aldo Moro è un paese in bianco e nero. E come è possibile vivere in un paese in cui le parole di Peppino Impastato fanno anche oggi meno rumore di quelle di un tweet di un qualsiasi politicante? Mi chiedo come sia possibile accettare di vivere in un paese senza impegno, senza fatica, in cui si è passati dalla bellezza dei colori alla noia del bianco e nero.

Abbiamo bisogno di immaginare i colori. Abbiamo bisogno che Aldo Moro e Peppino Impastato ritrovino i loro colori. E tramandarli, colorarci tutto, raccontarli, farli conoscere. Scavare, leggere le loro parole, perché in quelle è il vero colore. Nelle loro storie le parole è arrivato fino a noi il fondamento di atti di coraggio invidiabili, di cui è facile provare nostalgia, visto i tempi magri in cui viviamo.

Scrivo mentre mi arriva la notizia della morte di un ragazzo, operaio di 19 anni alla Fincantieri di Monfalcone, schiacciato da un blocco di cemento. La strada tra Cinisi e Roma si allunga, arriva in un istante a Monfalcone.

“Niente di quel che è umano ci può essere estraneo.” Aldo Moro.

“Nessuno ci vendicherà; la nostra pena non ha testimoni.” Peppino Impastato.

Sono due frasi che sembrano opposte, eppure lette insieme si appoggiano, si danno forza, si spiegano.

Le parole di Aldo Moro e Peppino Impastato sono piene di  dolore, tenerezza, disperazione, speranza e risuonano fino a lì, fin dentro a quel cantiere e anche in ogni altro luogo in cui c’è bisogno di rivendicare un diritto, di riconoscerlo. Scuotono le nostre coscienze. Dal bianco e nero ai colori per svegliarci dal sonno, dal sogno, per radicarci un po’ di più, grazie all’esempio di altri uomini, nella realtà.

 

Ermanno Olmi, memorie accese, vite in vita.

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“Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra.” Sono parole di Ermanno Olmi che oggi ho ritrovato scritte su un’agenda. Alla notizia della sua morte, ho pensato subito a queste sue parole e soprattutto al suo film “L’albero degli zoccoli”, che guardai perché incuriosita dal titolo.
Mia nonna mi raccontava sempre che, per andare a scuola, i suoi genitori le fecero un paio di zoccoli, ma per non consumarli li teneva in mano per tutto il tragitto, da casa. Erano zoccoli di legno, li teneva come scarpette di cristallo. Era una bambina, veniva dai monti, dove faceva freddo e nevicava, era povera come tanti figli di contadini, più dei libri frequentava i campi e i pascoli, ma più del lavoro amava i libri. Io ho bevuto i suoi racconti, me ne sono nutrita e quegli zoccoli sono diventati un oggetto che apparteneva pure a me che non li ho mai visti, mai portati. Poi la vita le ha fatto trovare scarpe più comode e calde, ma l’immagine degli zoccoli è rimasta in lei e è arrivata fino a me, come un’eredità. Mia nonna oggi avrà incontrato Ermanno, forse, e gli avrà detto che la vita narrata nel suo film lei l’ha conosciuta davvero. Molto del mondo da cui vengo, Ermanno Olmi lo ha raccolto, per me e per chi come me sente di venire da lì, dai contadini, dalla terra, dal sudore dei lavori agricoli. Il nostro paese dovrebbe essere riconoscente a questo grande maestro. Prendere, guardare, ascoltare. Una radice profonda, un canto antico, il dialetto, la semplicità di qualcosa che segna l’anima, che insegna a conservare, a mantenere memorie accese, e vite in vita. Zoccoli da un albero. Sembra niente e invece è storia, la mia, di tanti.