Ermanno Olmi, memorie accese, vite in vita.

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“Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra.” Sono parole di Ermanno Olmi che oggi ho ritrovato scritte su un’agenda. Alla notizia della sua morte, ho pensato subito a queste sue parole e soprattutto al suo film “L’albero degli zoccoli”, che guardai perché incuriosita dal titolo.
Mia nonna mi raccontava sempre che, per andare a scuola, i suoi genitori le fecero un paio di zoccoli, ma per non consumarli li teneva in mano per tutto il tragitto, da casa. Erano zoccoli di legno, li teneva come scarpette di cristallo. Era una bambina, veniva dai monti, dove faceva freddo e nevicava, era povera come tanti figli di contadini, più dei libri frequentava i campi e i pascoli, ma più del lavoro amava i libri. Io ho bevuto i suoi racconti, me ne sono nutrita e quegli zoccoli sono diventati un oggetto che apparteneva pure a me che non li ho mai visti, mai portati. Poi la vita le ha fatto trovare scarpe più comode e calde, ma l’immagine degli zoccoli è rimasta in lei e è arrivata fino a me, come un’eredità. Mia nonna oggi avrà incontrato Ermanno, forse, e gli avrà detto che la vita narrata nel suo film lei l’ha conosciuta davvero. Molto del mondo da cui vengo, Ermanno Olmi lo ha raccolto, per me e per chi come me sente di venire da lì, dai contadini, dalla terra, dal sudore dei lavori agricoli. Il nostro paese dovrebbe essere riconoscente a questo grande maestro. Prendere, guardare, ascoltare. Una radice profonda, un canto antico, il dialetto, la semplicità di qualcosa che segna l’anima, che insegna a conservare, a mantenere memorie accese, e vite in vita. Zoccoli da un albero. Sembra niente e invece è storia, la mia, di tanti.