Le recensioni inutili, anzi dannose.

Leggere una recensione cosi è stato difficile.

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Non so chi l’abbia scritta. Non si dovrebbe sconsigliare un libro in una recensione. Si dovrebbe dire cosa ci e piaciuto e cosa no, analizzarlo. Mai sconsigliarlo. I libri ci piacciono, non ci piacciono, ma non sono inutili.

Mi spiace non poter controbattere, soprattutto mi spiace aver letto che questa lettrice o lettore sia felice di due euro risparmiati, invece di essere grata per aver letto gratuitamente una storia. Che non gli sia piaciuta mi dispiace ma è una cosa che accade. Non leggiamo libri perché ci piacciono, leggendoli scopriremo se ci piacciono, ma prima leggiamo libri, non fermiamoci a gusti altrui.

Una recensione inutile e dannosa. Ormai per me e per la mia storia c’è poco da fare o dire, ma vorrei che queste mie parole raggiungessero il recensore sconosciuto e lo educhino per i prossimi libri, i prossimi sogni che incontrerà. Lo educhino ad essere gentile anche quando un libro non gli piacera, a non fargli terra bruciata intorno.

I libri sono sempre utili. Le recensioni pure. Se sono vere recensioni. Ormai i leoni da tastiera si credono dei dell’Olimpo. Dovrebbero però imparare a recensire. Oppure cadono giù. In un attimo.

Lasciare che, chi ha bisogno, chieda.

Chi usa i flussi migratori per spaventare la gente è un truffatore. Convincere la gente che questo paese è in difficoltà per colpa dei poveri è da truffatori, bugiardi. Non serve scriverlo, e questo è un concetto espresso in una maniera troppo semplicistica. È così. Lo so. Ma io mi bagno nell’Adriatico, dove i barconi negli anni novanta navigavano dall’Albania fino alle coste italiane e sembrava un’invasione. Era gente in fuga, che però non rubava il posto a qualcuno. Questo è semplice, questo è quello che è accaduto. È quel continua ad accadere. Io non mi sento italiana e il mondo l’ho girato poco, forse troppo poco per sentire di poter appartenere a qualche altro paese. Su un barcone non ho dovuto salirci, non ho dovuto navigare, anche se il lavoro scarseggia, se sono precaria, se a volte è dura, durissima restare. Ma non cedo al potere che grida e mette poveri contro poveri, lavoratori contro lavoratori, che usa gli ultimi per fare la sua propaganda. Non sono orfana di civiltà.

Penso al vangelo di qualche giorno fa, mi sembra possa aiutarmi a spiegare meglio quel che voglio dire. Penso alle due donne bisognose di un miracolo di vita. Gesù parte per salvarne una, la prima, figlia di Giairo, un uomo giusto. Ha dodici anni lei. Ma sulla strada ne incontra un’altra. Ha fretta Gesù, ma si ferma perché riconosce un tocco: un’emorroissa, reietta e sola, che nessuno poteva toccare, incontrare, tocca il suo mantello. Una donna che nessuno può toccare, che non conosce tocchi di mani d’altri per colpa della sua malattia, sa toccare in un modo così speciale che Gesù riesce a riconoscerla tra tanti. Un prete mi diceva sempre che nel vangelo i dettagli sono importanti, e quel tocco è davvero un dettaglio importante! È un segno, racconta di quanto amore può dare chi ne ha bisogno. Essere in cerca d’amore è già amare, profondamente desiderare.

Si ferma Gesù, a guarire l’emorroissa, così fa tardi e la bambina intanto muore. Tutti intorno giudicano, forse pensano che se non si fosse fermato sarebbe arrivato prima e la bambina sarebbe ancora viva. È guerra tra i poveri questa, perché entrambe hanno bisogno, a prescindere da origini e casta sociale, ma agli occhi degli uomini la bambina è più innocente, più degna di un miracolo. Se si impedisse a chi ha bisogno di chiedere, se scegliessimo chi ha diritto di essere aiutato, se decidessimo chi ha davvero bisogno, eccola la tentazione più grande e pericolosa… Gesù risponde, a modo suo, un modo unico: salva la donna, la guarisce, e richiama alla vita la bambina. Insegna che il dolore è unico, non sceglie, ha abbastanza amore per tutti. È solo un racconto vecchio di secoli e Dio sembra lontano, per parecchi non esiste nemmeno. Ma se fossimo capaci di vedere, di capire, di avere compassione! Se avessimo occhi aperti, cuori generosi, tutti troverebbero posto, tutti vivrebbero. Ora, il miracolo non spetta a noi, a noi tocca essere quella folla a volte, a volte quella bambina, altre volte l’emorroissa. Dovremo a volte lasciare che chi ha bisogno possa chiedere, essere una folla più comprensiva. Perché avremo bisogno, un giorno, forse, di un miracolo per noi o per qualcuno che amiamo e sarebbe bello riceverlo, lasciare che accada, preparare una terra in cui i miracoli possano accadere. Ai migranti, che vengono per mare, da terra a terra, lasciare spazio, speranza, concedere vita.