Pinocchio è stato anche un albero.

Per celebrare la giornata dell’albero, ho pensato di disegnare una scena che ho immaginato potesse capitare a Pinocchio. Lui in fondo, prima che un burattino è stato un pezzo di legno e quindi, prima ancora, un albero.

Il mio sconfinato amore per Pinocchio me lo ha fatto pensare e ripensare, disegnare tante volte, oggi ad esempio l’ho immaginato guardare un bambino che cammina sul filo. Magari in un campo, con la corda appesa proprio a due alberi. Lo spia mentre perde l’equilibrio per un attimo e riappoggia il piede appena un passo più avanti. Pinocchio è rapito, ammirato da quei passi folli, sospesi. Il grillo forse suggerisce di passare oltre. Pinocchio però ha davanti a sé la vita com’è. Un passaggio su un filo. Non vuole perdersela. Non vuole rinunciare. Sì, ho una mezza idea di come potrebbe continuare questo episodio, ma non è questo il punto.

Se oggi ho potuto disegnare è grazie agli alberi. E possiamo raccontare ancora Pinocchio grazie agli alberi, quelli da cui è venuta la carta su cui Carlo Collodi lo ha scritto. Dicono anche che proprio Collodi amasse ripararsi sotto una grande quercia, nei pressi di Capannori in provincia di Lucca, una quercia che ha ormai seicento anni. Sotto la sua chioma sembra che lo scrittore trovasse ispirazione. Poi ancora alberi per i fogli dei libri di Pinocchio stampati a milioni fino ai giorni nostri.

Pinocchio stesso è stato prima pezzo di legno, poi grazie all’amore di babbo Geppetto che lo ha creato intagliando, martellando e piallando, è diventato un burattino.

E gli alberi sono protagonisti nella storia: la quercia a cui gli assassini impiccano Pinocchio, o gli alberi su cui lui spera di trovare le monete, vicino al Campo dei miracoli.

Alberi in ogni dove, nella storia, per la storia.

Ne abbiamo tagliati e consumati tanti. Abbiamo un debito di riconoscenza verso il legno, le cortecce, la linfa, le fronde. Abbiamo da ripiantare alberi continuamente, tutti quelli che consumiamo, in un cerchio di vita continuo. Grazie agli alberi c’è aria da respirare, ci sono fuochi per scaldarci e da accendere di notte, insieme ai sogni, c’è carta da scrivere per raccontarci ancora qualcosa, storie di ieri e di oggi. Abbiamo la nostra vita legata agli alberi, anche quando ce ne dimentichiamo. Se una storia ci è stata letta, su fogli di carta eradi certo scritta.

E se invece che radici abbiamo piedi per camminare, se invece di piantarci a terra compiamo passi sospesi a mezz’aria, nonostante ci ritroviamo come funamboli in equilibrio precario su corde tirate da un capo all’altro della vita, noi agli alberi somigliamo, soprattutto quando abbiamo bisogno di aver la testa in aria e radici che ci ricordino le nostre origini, la nostra casa.

Tutti un po’ Pinocchio, tutti un poco alberi, pezzi di legno pronti a diventar carne. Il legno è già carne. Pinocchio è già bambino.

A Liliana Segre

Non è servito leggere Anna Frank, Primo Levi, Etty Hillesum. Parlo alla mia generazione, alla classe ’81. Eppure a scuola abbiamo letto le loro storie, anche come libri per le vacanze delle estati, quelle che non torneranno più. C’è una parte della mia generazione che odia Liliana Segre, senatrice sopravvissuta al lager e a quel che è stato prima, a quello che è venuto dopo. Quelli che hanno tra i trenta e i quaranta, che hanno letto senza aver capito. Appartengo a quella generazione, non a quelle idee. Leggere commenti contro Liliana Segre, contro la sua scorta, mi fa pensare che non serve leggere se poi la vita scorre su altri binari. Eppure, credo ancora nei libri, nelle storie, nelle testimonianze. Possono leggerli i bambini, i ragazzini, possiamo leggerglieli a voce alta quei libri, costruire con loro idee di futuro reali, di un futuro di impegno nella difesa di uno stato di diritto in cui se uno è in pericolo, va difeso. Se non fosse servito, forse servirà. Non arrendiamoci.
“Nella pancia della balena” è il blog che ho aperto e che non voglio chiudere, perché ho bisogno di un posto in cui poter esprimere un pensiero così.
Grande, grandissima solidarietà ad una donna che ha vissuto su di sé il male che l’uomo può fare.