Filo rosso

Stamattina ho riletto quello che è stato ed è un libro molto importante per me. Mi ha avvicinato al mistero della montagna. Scritto da Reinhold Messner, La montagna nuda è la storia della scalata al Nanga Parbat.

Mentre leggevo, questa storia si è ricollegata con quella di Don Chisciotte, leggendario personaggio, visionario e folle.

C’è un filo rosso che le collega. La visione di una parte di vita che cerchiamo in ogni gesto. La follia di credere che quello che amiamo possa essere raggiunto.

Ho smesso di leggere e ho provato a ridisegnare Don Chisciotte per come lo propose Pablo Picasso e mentre andavo di matita e coraggio, ho sentito di voler appartenere a queste storie. Mi appassiono a cose che non mi riescono, nelle quali fatico, come il disegno, la scrittura, la musica. Pensavo ai risultati scarsi di ogni mezza opera. Forse non è tanto il risultato, quanto il percorso, la spinta, il tentativo di conquistarsi l’orizzonte che un’opera apre, sia un disegno, una scalata, l’impresa impossibile o la più elementare.

Il filo rosso che lega un libro a un altro, una storia a un’altra storia, è quello che tracciamo noi che leggiamo. E quel filo rosso lega un’altra immagine oggi, oltre a due libri.

C’è un insetto, si chiama “effimera”. Vive poche ore, solo il tempo di accoppiarsi e riprodursi. Il suo volo breve è una danza d’amore.Inutile appare quell’insetto. La sua stessa esistenza però afferma che è parte dell’ecosistema, quindi inutile proprio no.

Tutti e tre, Messner, Don Chisciotte e l’Effimera, potrebbero pure sembrare aver compiuto azioni inutili agli occhi di qualcuno. Lo scalare montagne, soprattutto quando non c’è un sempre felice ritorno a casa, diventa in un attimo follia, inutilità, andarsi a cercar rogne, sfidare il destino. E scambiar mulini a vento per giganti è forse non voler vedere il vero, il reale. Mettersi a combatterli risulta un gioco pazzo e senza senso. Che ce ne facciamo di un cavaliere così! Per non dire dell’Effimera, già il nome la descrive. A lei rivolgiamo l’attenzione che merita l’essere che potrebbe pure non esserci.

Filo rosso del destino: un’antica leggenda cinese dice che lo portiamo legato al mignolo e ci farà incontrare chi sposeremo. Ora non c’è Messner, Chisciotte, l’Effimera, all’altro capo del filo che porto legato al mio mignolo. Sono folle, ma non fino a questo punto! È che comprendo come l’inutile mi commuove e muove, mi interroga sul senso del vivere più di ciò che mi occorre materialmente a vivere. L’inutile, effimero, superfluo gioco della bellezza, che mi chiede un passo alla volta di affrontare la montagna, il mulino a vento, la danza d’amore.

Io credo che ogni cosa fatta per sé, se è sincera, fa spazio ad altro e ad altri. Il filo rosso del destino è legarsi agli altri.

Filo rosso di un destino che scopro, un giorno alla volta, snodarsi nel leggero correre del tempo in cui perdo, vinco, rinuncio, muoio, rinasco, provo, riprovo, abbandono e tradisco. Per scoprire me. Niente altro che scoprire me. E legarmi agli altri, lasciare che un destino si compia, con fiducia, che il mio filo si leghi ad altri fili. Seguirlo, con gioia.

Scritture in quarantena

Vorrei scrivere lettere.

A chi ho nel cuore e vive ora più o meno come me.

Vorrei metterci un’onda di mare

Un raggio di sole

Il granello di polvere che trovo ovunque,

sotto il letto,

sul pavimento della cucina,

la briciola del pane caduta dalla tovaglia.

Vorrei scrivere lettere.

Metterci dentro la corda sol della chitarra

che è per me la più bella.

Vorrei scrivere lettere.

Privarle di importanza

saperle raccontatrici di superfluo.

Vorrei scrivere lettere

con dentro l’odore dell’abete rosso dei boschi dolomitici,

l’ho respirato a lungo,

nessun virus potrà farmelo dimenticare.

Vorrei scrivere lettere dal futuro,

col mio amore per te,

ad aspettarti intatto quando il viaggio che hai cominciato tanto tempo fa,

senza di me,

a me ti riporterà.

Usciremo da questi giorni

e niente sarà come prima o forse tutto.

Neanche queste lettere che vorrei scrivere.

E il tempo,

la stella che brilla,

la luna che cresce e cala,

oltre la collina,

indicheranno nuovamente la festa,

l’allegrezza,

la devozione di processioni e messe.

E scrivo allora che tutto manca,

ma che tutto,

inspiegabilmente,

come un miracolo,

è qui.

 

 

Come un giro in altalena

Il tempo della scuola elementare è passato da un pezzo. Credevo di non trovarlo più, di non poterlo più incontrare, di averlo dimenticato. Credevo di non riuscire più a trovare la sua impronta sul mio cammino. In realtà per buona parte della mia vita ho provato a dimenticarlo, ma non si dimentica, non si può dimenticare, nel senso che prima o poi un frammento di qualcosa torna e riaccende la luce. 

Tornare in una scuola da insegnante è stato scoprire che avevo ancora con me un carico di emozioni enorme, infinito.

Sono tornata a scuola un giorno di qualche anno fa, senza sapere come trovare un posto che potessi considerare giusto il più possibile, stando seduta in cattedra o in piedi accanto alla lavagna, o passando tra i banchi, accanto ai bambini. Il mio primo giorno da insegnante non avevo lezioni pronte, non potevo dichiarare e documentare una preparazione attenta e all’altezza del compito, non avevo in tasca parole giuste per buoni insegnamenti da impartire. Con un carico di dolore e fallimenti che era riuscito fino a quel momento a tenermi lontana, sono rientrata in una scuola. Avevo l’idea di dover essere pronta, non lo ero affatto. Non si è mai pronti per quello che poi è davvero importante. Non si è pronti mai a cambiare sguardo, prospettiva, però la vita spesso lo chiede.

Un giorno alla volta ho imparato e disimparato, per poi imparare nuovamente, che forse il posto giusto in assoluto non esiste, ma occorre riconoscere il momento e in quello immergersi. Essere presenti. Tenersi pronti. A questo tendo: al presente della relazione che implica non un solo modo ma infiniti modi, posti, scelte, pensieri, emozioni, lezioni, parole, silenzi, spazi per desideri.

E la verità più vera è che ho incontrato un bambino in quella scuola, la verità è sempre un incontro dal quale, come un gomitolo rotolante, si stende un filo di cui qualcuno tiene il capo, un filo come una strada… l’ho seguita, una strada di bambini e insegnanti, di incontri preziosi che tengo con me.

In questa lontananza forzata mi manca l’esserci, la presenza vera.  Mi mancano i bambini, le colleghe. Mancano alla bambina che ero trent’anni fa, all’adulta che sono ora. 

Sono questi i giorni del’incertezza, che somigliano a un giro in altalena. Tra alti e bassi sogniamo ancora il cielo, la gioia di sorrisi e stupori. Arriveranno, possiamo trovarli pure adesso, in questo fermo immagine, se ne avremo voglia, con entusiasmo e creatività. 

Pinocchio è stato anche un albero.

Per celebrare la giornata dell’albero, ho pensato di disegnare una scena che ho immaginato potesse capitare a Pinocchio. Lui in fondo, prima che un burattino è stato un pezzo di legno e quindi, prima ancora, un albero.

Il mio sconfinato amore per Pinocchio me lo ha fatto pensare e ripensare, disegnare tante volte, oggi ad esempio l’ho immaginato guardare un bambino che cammina sul filo. Magari in un campo, con la corda appesa proprio a due alberi. Lo spia mentre perde l’equilibrio per un attimo e riappoggia il piede appena un passo più avanti. Pinocchio è rapito, ammirato da quei passi folli, sospesi. Il grillo forse suggerisce di passare oltre. Pinocchio però ha davanti a sé la vita com’è. Un passaggio su un filo. Non vuole perdersela. Non vuole rinunciare. Sì, ho una mezza idea di come potrebbe continuare questo episodio, ma non è questo il punto.

Se oggi ho potuto disegnare è grazie agli alberi. E possiamo raccontare ancora Pinocchio grazie agli alberi, quelli da cui è venuta la carta su cui Carlo Collodi lo ha scritto. Dicono anche che proprio Collodi amasse ripararsi sotto una grande quercia, nei pressi di Capannori in provincia di Lucca, una quercia che ha ormai seicento anni. Sotto la sua chioma sembra che lo scrittore trovasse ispirazione. Poi ancora alberi per i fogli dei libri di Pinocchio stampati a milioni fino ai giorni nostri.

Pinocchio stesso è stato prima pezzo di legno, poi grazie all’amore di babbo Geppetto che lo ha creato intagliando, martellando e piallando, è diventato un burattino.

E gli alberi sono protagonisti nella storia: la quercia a cui gli assassini impiccano Pinocchio, o gli alberi su cui lui spera di trovare le monete, vicino al Campo dei miracoli.

Alberi in ogni dove, nella storia, per la storia.

Ne abbiamo tagliati e consumati tanti. Abbiamo un debito di riconoscenza verso il legno, le cortecce, la linfa, le fronde. Abbiamo da ripiantare alberi continuamente, tutti quelli che consumiamo, in un cerchio di vita continuo. Grazie agli alberi c’è aria da respirare, ci sono fuochi per scaldarci e da accendere di notte, insieme ai sogni, c’è carta da scrivere per raccontarci ancora qualcosa, storie di ieri e di oggi. Abbiamo la nostra vita legata agli alberi, anche quando ce ne dimentichiamo. Se una storia ci è stata letta, su fogli di carta eradi certo scritta.

E se invece che radici abbiamo piedi per camminare, se invece di piantarci a terra compiamo passi sospesi a mezz’aria, nonostante ci ritroviamo come funamboli in equilibrio precario su corde tirate da un capo all’altro della vita, noi agli alberi somigliamo, soprattutto quando abbiamo bisogno di aver la testa in aria e radici che ci ricordino le nostre origini, la nostra casa.

Tutti un po’ Pinocchio, tutti un poco alberi, pezzi di legno pronti a diventar carne. Il legno è già carne. Pinocchio è già bambino.

A Liliana Segre

Non è servito leggere Anna Frank, Primo Levi, Etty Hillesum. Parlo alla mia generazione, alla classe ’81. Eppure a scuola abbiamo letto le loro storie, anche come libri per le vacanze delle estati, quelle che non torneranno più. C’è una parte della mia generazione che odia Liliana Segre, senatrice sopravvissuta al lager e a quel che è stato prima, a quello che è venuto dopo. Quelli che hanno tra i trenta e i quaranta, che hanno letto senza aver capito. Appartengo a quella generazione, non a quelle idee. Leggere commenti contro Liliana Segre, contro la sua scorta, mi fa pensare che non serve leggere se poi la vita scorre su altri binari. Eppure, credo ancora nei libri, nelle storie, nelle testimonianze. Possono leggerli i bambini, i ragazzini, possiamo leggerglieli a voce alta quei libri, costruire con loro idee di futuro reali, di un futuro di impegno nella difesa di uno stato di diritto in cui se uno è in pericolo, va difeso. Se non fosse servito, forse servirà. Non arrendiamoci.
“Nella pancia della balena” è il blog che ho aperto e che non voglio chiudere, perché ho bisogno di un posto in cui poter esprimere un pensiero così.
Grande, grandissima solidarietà ad una donna che ha vissuto su di sé il male che l’uomo può fare.

Riconoscersi in questa fantasia

Al gioco del trono o si vince o si muore.” Sappiamo che è così, fin dall’inizio abbiamo sentito che è davvero così.

Non potevo rinunciare. Sulla punta della mia penna, da troppo tempo, erano ferme e pronte per essere scritte parole, tante parole, che però proverò a ridurre, perché dicano il succo, il concentrato di tanti anni di Gioco del Trono.

Non parlerò delle vicende, non parlerò dei libri, della serie, degli inizi, della fine, di un episodio o di un capitolo. Ne parlano molto meglio di me in tanti. Io voglio solo dire cosa ho provato e pensato immergendomi in questo mondo tutto inventato, e tremendamente vero. Ci sono cose che non crediamo possano appassionarci, poi ci ritroviamo invischiati, all’improvviso, quasi per magia, in una passione incontenibile, seria, profonda e bruciante. Per me è accaduto così con Game of Thrones. Niente di più distante dal mio gusto, dalle mie letture, dalle mie abitudini. Un passo alla volta, lentamente, con il ritmo di chi non vuole avere fretta perché sa che nella fretta tutto si consuma e poco resta.

Ho conosciuto, o almeno cercato di conoscere personaggi, luoghi, situazioni, guardandole quasi come uno scienziato al microscopio cerca di scoprire qualcosa in più di quel che già pensa di conoscere. Ho perso ore di sonno e guadagnato tasselli di storia, di questa grande, lunga, imprevedibile storia. Il Trono di Spade è diventato specchio, voce di cose nascoste, riflesso di bassezze e altezze, di viaggi non solo per terra o per mare. Ho esplorato un mondo, l’ho conquistato, l’ho perduto.

Questo fanno le grandi storie: ti mettono al centro, ne diventi parte, anche e soprattutto quando parlano di cose lontane, mai accadute, completamente inventate eppure ispirate a cose che accadono. Brutte, orribili, come la guerra, come il gioco di potere, come la carestia, il freddo gelido di inverni che sembrano destinati a non finire mai.

Le grandi storie mescolano odio e amore, limpidezza e foschia, ghiaccio e fuoco, gli opposti di ogni cosa di cui la vita si compone.

Sono le grandi storie che ci legano all’infinito, che ci suggeriscono un’idea di eternità, incastonandola tra vizi e virtù, tra nobiltà e miserie, tra rassegnazioni e slanci.

L’eternità si srotola e noi la vediamo aprirsi in un’orizzonte indeciso, dove tutto è già scritto, dove tutto resta ancora da scrivere.

Le grandi storie seminano e raccolgono. Le grandi storie ci abitano, ci fanno respirare più profondamente, ci tolgono il respiro.

Le grandi storie le ritroviamo all’improvviso in certe pieghe che fanno i giorni, in ombre e luci che giocano su un muro, nelle notti insonni, nelle paure e nel coraggio che ci stanno dentro.

E GoT è davvero una grande e potente storia, così potente e vera che molti la amano e molti la odiano, molti non riescono a capirla, molti la criticano, molti dicono che l’avrebbero scritta meglio, molti ci resteranno attaccati nel tempo, molti se ne innamoreranno tra dieci, venti anni, sempre.

Permettetemi una dichiarazione d’amore, un modo di dire una cosa a cui tengo, anche se non riuscirò bene. Se salterete oltre questa foto capirete…

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“Quando arriverò all’ultima puntata di Got, ne sentirò la mancanza.” Questo sentivo, questo è vero ora.

E in un moto di nostalgia anticipata, ieri ho alzato gli occhi verso il cielo. Saranno le torri, il grigio, la pioggia, il freddo, la nebbia che si intravedeva più in alto, ma ho sentito di vivere in un posto che mi ricorda Grande Inverno, la capitale del Nord. In Game of Thrones è al centro della provincia settentrionale dei Sette Regni, lungo la Strada del Re che va da Capo Tempesta alla Barriera. È situato all’estremità orientale della Foresta del Lupo, a nord del ramo occidentale del Coltello Bianco e di Castel Cerwyn. Grande Inverno si trova a sud delle montagne del nord e a sud-est rispetto a Lago Lungo.

Troppe assonanze, troppe somiglianze con questa città di pietra in cui vivo, con la mia città di pietra.

Ho divorato i libri, ho atteso gli episodi delle serie, l’ho già detto, era il 2011, sono passati anni per arrivare a questo punto, al sovrapporsi di immagini reali e di pura fantasia.

Ciò che è morto non muoia mai” è pura fantasia,

ma risorga più duro e più forte“.

Come è stato facile riconoscersi in questa fantasia.

Mi mancherà tutto, ma si può sempre ricominciare, perché le grandi storie cominciano e non finiscono mai.

Oggi a scuola…

Nello sguardo di questa bambina mi sono ritrovata. Le somiglio, l’ho sempre pensato. Oggi lo credo. Il tempo delle elementari per me è stato un tempo scuro. Non facevo i compiti, inventavo scuse, piangevo, non volevo andare a scuola, non sapevo scrivere, leggere, contare bene come tante altre bambine della mia classe. Ero timida, piccola, silenziosa. Ero prigioniera di ansie e lacrime. Ho fatto venire i capelli bianchi alla mamma, non le ho mai dato una soddisfazione, e ha pianto per me. Le altre mamme erano fiere delle loro figlie brave e volenterose, se ne vantavano. Lei non poteva farlo.
La scuola è il luogo e il tempo prezioso per i bambini e le loro famiglie. È vita, io l’ho scoperto pian piano. Ho incontrato un professore, in prima media. Ricordo il primo tema che ci assegnò, e che dopo qualche giorno ci riconsegnò. Guardai il voto, un ottimo. Cambiò tutto in me. Gli era bastato poco per capire che ero fragile, ma combattevo, volevo vincere contro l’inettitudine che mi si era cucita addosso. Il mio professore non c’è più. Oggi, se fosse stato ancora qui, lo avrei chiamato. Gli avrei detto grazie, per la fiducia che ha avuto in me, che ha cambiato non i miei voti, ma il mio cuore che scappava da un dolore per aver perso un pezzo di sé, il mio cuore che nessuno era stato capace di ascoltare. Ci sono giorni che vengono a dirci che quello che abbiamo vissuto, ogni sofferenza, ogni dolore, può essere consolato e trovare un senso. Ora sto a scuola, faccio la maestra, e da qualche giorno mi viene da cambiarlo quel verbo, mi viene da dire che sono una maestra, col rischio di peccare di presunzione. Ora ritrovo un tempo che non ho potuto godere da bambina. Faccio un bel respiro, mi chiedo se sono in grado di stare lì. Forse no, ma quella bambina, quella intimorita e incapace, torna e la accarezzo in ogni carezza che passo sulla testa dei bimbi, e la ascolto ogni volta che ascolto un bambino dirmi che non ha capito o ha dimenticato un libro a casa. E penso ai miei, al loro dolore per quella figlia incomprensibile. Forse se potessero entrare, una mattina, capirebbero che tutto, tutto doveva andare così ed è passato. Ci ho messo troppo forse, ma ogni gradino, ogni passo, è stato prezioso. Ero a un corso di formazione oggi, e ho pianto ascoltando un’esperienza in cui mi sono riconosciuta. Ed è tornata l’immagine di questa bambina speciale, come ogni bambino. E volevo condividerla questa storia. E forse non ci sono riuscita perché scrivere di qualcosa di personale è difficile. Però, ecco qua.

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UN SASSO ALLA VOLTA

«Tira Alessia, dai che è tardi e dobbiamo cenare!»

Succedeva sempre così. Aspettavano che una nonna si affacciasse per richiamarli e dovevano correre, per non lasciare il gioco in sospeso e provare comunque a rientrare in casa senza fare troppo tardi e poter uscire di nuovo, la sera, almeno fino alle dieci, quando la sirena del cementificio poco distante suonava il cambio turno e loro sapevano che il giorno era finito davvero.

Vivevano in un quartiere costruito a metà degli anni settanta, alla periferia del paese. Intorno solo campi e case di campagna. Era un posto circondato di strade bianche e alberi secolari, intessuto di polvere e memorie.  Le famiglie erano venute ad abitarci una dopo l’altra, occupando tutti gli appartamenti nel giro di un paio d’anni. Operai, casalinghe, nonne e nonni. I figli erano nati tutti lì, cresciuti giocando sotto le finestre, nei giardini, percorrendo le strade intorno per arrivare al fiume senza però mai superare il ponte che lo attraversava, calciando un pallone, inventandosi modi diversi di sfruttare il tempo delle lunghe giornate estive e dei pomeriggi d’inverno dopo i compiti.

Andrea, Giovanni, Alessia, Maria erano vicini di casa, compagni d’avventura. Nei giorni tutti uguali, per loro ne venne uno che avrebbero ricordato, che li avrebbe riportati lì anche se avessero viaggiato lontano per il resto della vita.

Giocavano a campana. Disegnavano il reticolo di numeri con un sasso, sul cemento colorato di rosso. Dovevano lanciarlo al centro di ogni casella e saltare fino a recuperarlo. Contavano, si prendevano in giro ad ogni sbaglio. Era un gioco che conoscevano bene, un’abitudine. Quel pomeriggio Giovanni non era sceso in cortile, non aveva risposto nessuno quando erano andati a chiamarlo. Si chiesero dove fosse, ma continuarono a giocare tutto il pomeriggio. Venne la sera, tornarono a casa, cenarono e si ritrovarono poco dopo in piazza, senza Giovanni. La mamma di uno di loro li chiamò. Pensarono al gelato, pensarono a tutto ma non alla notizia che invece la mamma di Andrea diede a tutti: Giovanni era andato in ospedale, perché avevano scoperto lividi sul suo corpo e nella notte gli era sceso tanto sangue dal naso, tanto da non riuscirlo a fermare.

«Quanto dovrà starci mamma?» chiese Andrea.

«Non lo sappiamo. Nessuno può saperlo. Dovrete avere pazienza e aspettare.»

L’avevano visto il giorno prima, aveva detto di essere stanco e di avere male alla testa, ma erano andati al fiume lo stesso. Era la cosa che preferivano. Scendevano la strada fino al ponte e da lì percorrevano l’argine scosceso. L’acqua poteva arrivare appena alle caviglie quando c’era, il più delle volte era solo un rigagnolo. Allora raccoglievano sassi e prima di fare a gara su chi più lontano li avesse lanciati,  ci costruivano fortezze, castelli, muri e torri che resistevano poco in un equilibrio precario. Anche quel pomeriggio era andata esattamente così.

Tutto però precipitò, senza che loro potessero rendersene conto. E i giochi cambiarono. Giovanni non tornò a casa e il pomeriggio al fiume fu l’ultima immagine che rimase di loro, insieme.

Non giocarono più a campana, era Giovanni che la disegnava con un sasso sul cemento rosso. Se lui non c’era più  non doveva esserci più neanche quel gioco.

Sui tetti salivano ogni sera, all’imbrunire. I lucernai diventavano passaggi, buchi da attraversare per scoprire il cielo. Stavano lassù quando i loro genitori non erano ancora tornati a casa dal lavoro e potevano fare tutto col rischio di venire scoperti, senza essere scoperti mai. Il tempo libero non era vuoto, non era perso.

Crescere è spesso andarsene e magari ritornare ogni tanto. Anche per loro è stato così, ognuno partito per qualche posto del mondo. E tornavano, si ritrovavano. Sui tetti, come da bambini.

Un sasso alla volta sono cresciuti, sassi su sassi anche quando hanno deciso di smettere di tirarli e saltare nella campana per riprenderli e ricominciare il gioco. Un sasso alla volta il gioco è finito, lasciando dentro ad ognuno la domanda dei bambini e anche dei grandi: perché?

Nessuna felicità da quell’estate possono dirla tale e piena.

Se rimpiangono l’infanzia è perché tutto era ancora intero e per tutto questo: per un gioco disegnato sul cemento rosso con un sasso, per il gusto di sfidarsi a fare bene un salto, per un tetto, una stella cadente mai vista prima, un quartiere, le lune crescenti e quelle calanti, per un amico mai rivisto in un’estate interrotta. Per la felicità strappata via, senza un senso accettabile e ricucita a stento. Per le vite strette insieme, come in un nodo inscioglibile. Un nodo come un sasso, rincorso per tanto tempo e poi lasciato a terra, tra i tanti. Un nodo come una domanda senza risposta, lanciata a perdersi in cielo, ma che torna sempre giù.

Sulla scrivania

Ho una storia. Dall’inizio al finale. Stesa su sessanta fogli.

Ho un dilemma: che farne?

Ho una tentazione: la pubblico senza dirlo a nessuno, faccio da sola.

L’hanno letta in tre. Hanno tirato via gli errori che a me, nelle numerose riletture, mi sono sfuggiti.

In quanto tempo l’ho scritta? In due anni.

Mi piace? Tanto, tantissimo.

Ma vuoi fare o no la scrittrice? Questa domanda, oggi, mi fa sorridere. Da questa domanda dipende buona parte degli ultimi quindici anni della mia vita. E non ho risposta, o meglio, ho una risposta che cambia spesso. Ero ossessionata dall’idea di voler fare la scrittrice. Ora amo scrivere, ma questo mi basta, mi basta il piacere, mi resta il piacere della scrittura.

E allora perché, mi chiedo, non so cosa fare adesso? Non so se buttarla là, tra le storie di tanti, troppi, auto-pubblicate, o trattenerla, chiuderla nel cassetto, o ancora mandarla a un editore, tentare gli stessi passi, bussare a porte troppe volte rimaste chiuse.

I fogli riposano, i dubbi avanzano.