La fatica dei colori

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1487 km tra Roma e Cinisi. Una lunga strada che, dal 9 maggio 1978 si è fatta di pochi centimetri, quelli che bastano ad unire sui giornali, in tv, nelle pagine web,  nei ricordi e nella memoria della gente, le vite di questi due uomini. Sì, non ho detto le morti, ma ho scritto “le vite di questi due uomini” perché la morte è solo un istante, un momento, un passaggio della loro vita. E le loro vite sono profondamente diverse, così come le maniere di ricordarli sono diverse. Ma c’è un’unica radice da cui sono nati l’uno e l’altro: l’impegno verso il proprio paese, declinato in tante forme.

E gli uomini hanno un destino, misto di fatalità e di scelte precise, incrocio di strade evitate e di altre strade imboccate. Cento passi di Peppino, 55 giorni di Moro, misura e tempo che vanno a coincidere in un giorno di maggio, un giorno che per me, nata nel 1981, è in bianco e nero. Nelle foto dei loro volti, di quelle giornate, dei pezzi di vita che ho cercato con curiosità,  ho trovato il bianco e il nero, nessun altro colore. Gli anni di piombo sono in bianco e nero per chi, come me, non li ha vissuti. Il tempo è passato, quarant’anni non sono pochi, anche se a sentire mia madre e mio padre sono volati in un soffio (e più passa il tempo più sento anche io che tutto è tremendamente veloce). E il tempo si è portato via i colori, lasciando solo sfumature di grigio. Non sono solo le foto, i frammenti di quelle particolari storie, ad essere in bianco e nero. Ma io credo che dovremmo cercare i colori in queste due storie che si intrecciano perché appartengono allo stesso tempo, allo stesso paese, alla stessa storia, la nostra. E cercarne i colori, è imparare nuovamente a vedere i colori. Perché i colori rendono giustizia in ogni memoria, fissano meglio le immagini, lasciano impressioni:  il bianco e nero dell’inchiostro sul foglio delle parole scritte di Moro, il rosso del suo sangue e di quello degli uomini della sua scorta, ad esempio, o il verde e il marrone della terra, quella per cui Peppino si batteva. I colori dei vestiti della gente, della folla che si mosse come impazzita in via Caetani, e pure a Cinisi, dove ogni 9 maggio ci si continua ad incontrare. I colori renderebbero più vive le foto, servirebbero. Quando ricordiamo, cerchiamo i colori, qualsiasi colore e sfumatura. Perché 40 anni fa il loro sangue è scorso e scorre ancora, per renderci più vivi e dovremmo imparare a riconoscerlo, dovremmo rimanerne impressionati. Noi a loro dobbiamo una memoria a colori, vivace, viva, che serva per fare passi in avanti, per colorare la nostra vita, quella delle istituzioni in questo paese stanco e abituato al gretto compromesso.

La fatica dei colori, per rendere giustizia alle storie di due uomini relegati al bianco e nero e pure alla nostra storia.

Scrivo questo perché io mi chiedo come sia possibile vivere in un mondo in bianco e nero. Un paese in cui il grande fratello batte nell’auditel la prima serata dedicata a Aldo Moro è un paese in bianco e nero. E come è possibile vivere in un paese in cui le parole di Peppino Impastato fanno anche oggi meno rumore di quelle di un tweet di un qualsiasi politicante? Mi chiedo come sia possibile accettare di vivere in un paese senza impegno, senza fatica, in cui si è passati dalla bellezza dei colori alla noia del bianco e nero.

Abbiamo bisogno di immaginare i colori. Abbiamo bisogno che Aldo Moro e Peppino Impastato ritrovino i loro colori. E tramandarli, colorarci tutto, raccontarli, farli conoscere. Scavare, leggere le loro parole, perché in quelle è il vero colore. Nelle loro storie le parole è arrivato fino a noi il fondamento di atti di coraggio invidiabili, di cui è facile provare nostalgia, visto i tempi magri in cui viviamo.

Scrivo mentre mi arriva la notizia della morte di un ragazzo, operaio di 19 anni alla Fincantieri di Monfalcone, schiacciato da un blocco di cemento. La strada tra Cinisi e Roma si allunga, arriva in un istante a Monfalcone.

“Niente di quel che è umano ci può essere estraneo.” Aldo Moro.

“Nessuno ci vendicherà; la nostra pena non ha testimoni.” Peppino Impastato.

Sono due frasi che sembrano opposte, eppure lette insieme si appoggiano, si danno forza, si spiegano.

Le parole di Aldo Moro e Peppino Impastato sono piene di  dolore, tenerezza, disperazione, speranza e risuonano fino a lì, fin dentro a quel cantiere e anche in ogni altro luogo in cui c’è bisogno di rivendicare un diritto, di riconoscerlo. Scuotono le nostre coscienze. Dal bianco e nero ai colori per svegliarci dal sonno, dal sogno, per radicarci un po’ di più, grazie all’esempio di altri uomini, nella realtà.

 

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“Uno schiocco di dita” in finale!!!

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La strada continua, e tra meno di un mese sapremo chi vincerà il concorso ilmioesordio2017. Sono felice, comunque andrà io so che questa storia mi ha regalato tante emozioni e soprattutto la voglia di continuare a scrivere e a credere che tutto è davvero possibile. Vi lascio qui un pezzo del primo capitolo. Potrete andare su http://www.ilmiolibro.it per sostenere la storia, lasciare un commento sulla pagina dedicata. Grazie a tutte le persone che mi hanno accompagnata e mi sono vicine in questa avventura!

“Il foglio di carta leggerissima, quasi trasparente, scivolò dal libro e volò come fosse una piuma, fino a toccare il pavimento. C’era una scritta, un po’ sbiadita, ma ancora leggibile. La grafia era inconfondibile, un corsivo piccolo, stretto, che riconobbi subito. Lo raccolsi, e tenendolo tra le dita mi accorsi che stavo tremando. Quello era il libro che Luca mi aveva lasciato al nostro ultimo incontro e che non avevo ancora aperto. Erano passati poco più di due mesi dalla sua partenza e stavo finendo di svuotare alcuni scatoloni appoggiati in soffitta. Tiravo fuori cose messe dentro alla rinfusa durante il trasloco. Nella fretta di venir via dall’appartamento dei miei e trasferirmi nella vecchia casa dei nonni mi sembrò più semplice ammucchiare senza un ordine preciso e mi ritrovai con una soffitta da svuotare e una casa intera da riordinare. Avevo trovato di tutto, foto, vecchie musicassette ormai diventate inascoltabili, perché superate dalle nuove tecnologie, diari di scuola, libri. Li sistemavo sulle mensole e tra i tanti spuntò il libro di Luca. Rivedere la copertina me lo fece ricordare. Lo avevo rimosso in una sorta di amnesia da autodifesa per non ripensare all’ultima volta che l’avevo visto. “Seta” era il titolo stampato in copertina. Ingiallito, con le pagine rigide, ispessite dal tempo. Chissà dove l’aveva preso! Magari in una delle bancarelle dell’usato al mercatino dell’antiquariato. Non avevo intenzione di leggerlo, ma lo aprii per sfogliarlo velocemente e spuntò il foglietto, leggerissimo, quasi trasparente, scritto in corsivo, una grafia piccola di lettere allungate, la sua:

“Ci siamo amati, lo so, anche se non ce lo siamo detti. Ci ameremo ancora, mai completamente. Non esiste un amore completo, non esiste per me e per te. Parto senza avere il coraggio di affrontarti. Ho bisogno di una vita nuova, senza di te. Se vorrai cercarmi potrai farlo, chiedi il numero e l’indirizzo ai miei. Perdonami.”

Quelle parole si scagliarono su di me come frecce. Rimisi il foglietto nel libro, in fretta, per farlo sparire, per non cedere alla tentazione di leggerlo ancora. Le sue parole altro non erano che bugie cucite su misura per salvarsi la faccia e io non volevo più sentirle, non volevo più pensarci. Ma cacciarle via fu praticamente inutile, ero più fragile di quanto volessi ammettere. Così, sedendomi davanti alla piccola finestra della soffitta, ripensai al nostro ultimo incontro. Ricordo ancora quel momento nei minimi dettagli, si ricorda alla perfezione un’ultima volta.

Un vento improvviso si alzò e nuvole grigie si affacciarono all’orizzonte, annunciando un temporale, uno di quelli che si preparano in poco tempo, minacciosi e frequenti in estate, da queste parti. Si avvertiva già il profumo di terra bagnata, forse uno degli odori più buoni che si possano sentire, anche se la pioggia era ancora lontana.

L’orologio sulla parete mi ricordava che avrei fatto tardi anche quella sera. Da qualche mese, al lavoro, finire abbondantemente oltre l’orario di chiusura era diventata una consuetudine. Erano già le cinque e niente in quella giornata era andato per il verso giusto. Il cellulare prese a squillare, lo cercai nell’ammasso di fogli accatastati sulla scrivania, lasciai perdere per un attimo i biglietti di auguri ancora da scrivere e i mazzi di fiori da consegnare.

– Pronto.

– Marta, sono io. Posso passare da te? È questione di un minuto.

– Ho mille cose da fare, adesso non ho proprio tempo. Possiamo fare stasera?

– Ti prego. Ci vorrà pochissimo, promesso!

Ogni volta che Luca chiamava io correvo. Non riuscivo mai a dirgli di no e a maggior ragione in quell’occasione, dopo averlo sentito trafelato, ansioso. Il tono della sua voce era strano, avevo riconosciuto nella sua richiesta una supplica che mi allarmò. M’aveva detto poche parole, ma lo conoscevo abbastanza da sentire quando qualcosa non andava, così nonostante la fretta in cui la giornata era precipitata, scelsi di fare una pausa.

– Vengo io, ci vediamo al solito posto tra un quarto d’ora.

Davanti al portone della chiesa non c’era. Fremevo per la curiosità di sapere il motivo di tanta urgenza. Arrivò in bici, sembrava agitato, pensai che avesse fretta come me. Indossava una maglietta rossa e un paio di jeans scoloriti, sulle spalle il solito zaino giallo e blu. Non scese, restò fermo con un piede sul pedale e l’altro appoggiato a terra. Quando capii il motivo dell’appuntamento, rimasi spiazzata.

– Non leggerlo subito, puoi tenerlo, non preoccuparti.

Cercò nel suo zaino e tirò fuori un libro. Lo presi in mano, non volevo discutere e non protestai davanti a quella che mi sembrò la cosa meno importante e più stupida del mondo. Ero corsa da lui solo perché voleva consegnarmi un libro. Ero corsa lì solo per soddisfare un suo capriccio. Con un tono scocciato mi preparai a tornare al lavoro:

– Svelto dai, tra poco pioverà. Ci vediamo stasera, andiamo con gli altri a prenderci un gelato ok?

Non aspettai che mi rispondesse. Feci per andarmene, mi voltai giusto un attimo per ringraziarlo del libro. Queste sono state le mie ultime parole per lui. Non aggiunsi altro e me ne andai. Era una cosa seria, ma non potevo saperlo. Se avessi aperto il libro avrei capito. Era davanti a me la verità, tutta scritta nei suoi occhi schivi. Non mi aveva guardata in faccia nemmeno per un momento. Nel suo sguardo c’era già tutto.”

“Uno schiocco di dita”, su http://www.ilmiolibro.it.

 

Concorso scuola, odissea dei nostri giorni.

Ho superato il concorso scuola 2016, in realtà l’ho superato nel 2017 perché in questo paese spesso le cose vanno per le lunghe. L’ho superato, non l’ho vinto perché nella classe di concorso Infanzia per la regione Umbria i posti per il ruolo erano meno del numero di quelli che hanno superato la prova scritta e orale. Così ora vivo nel limbo degli idonei, quelli che magari un giorno saranno chiamati per una supplenza, o magari chissà anche per un futuro posto fisso. In questo paese il lavoro più che un diritto è un sogno e io continuo a sognare.
Stamattina ho incontrato una persona che il concorso l’ha vinto e nelle sue parole ho letto una sorta di compassione verso di me del tipo “poverina che sei stata a non riuscire a rientrare in graduatoria!”. Uno sputo in faccia mi avrebbe umiliata di meno. Siccome mia nonna diceva sempre “meglio invidiati che compatiti” colgo l’occasione per esprimere un pensiero in merito a questa avventura.
Ho sostenuto insieme a tanti altri lo scritto del concorso il 31 maggio 2016, a Città della Pieve, dopo che il giorno prima avevo sotenuto lo scritto per la classe sd concorso Primaria, a Spoleto. Due giorni intensi, difficili, passati ad affrontare prove di cui abbiamo ricevuto l’esito otto mesi dopo. L’orale l’ho sostenuto il 18 febbraio 2017, dopo venti giorni che mi è stato comunicato il risultato dello scritto: 34.8 che tra il minimo di 28 e il massimo di 40 non è male. Mi sono presentata all’orale, carica di aspettative, sono stata tra le prime. In 35 minuti dovevamo presentare un’unità di apprendimento su un argomento estratto 24 ore prima. Mi sono seduta davanti alla commissione, ho infilato la chiavetta nella porta USB del computer fornito dalla scuola, nel formato richiesto, ma il computer non lo leggeva. L’ansia ha cominciato a salire, ma ho comunque raccontato il mio lavoro, pur non potendolo far vedere. I pensieri hanno iniziato ad affollarmi il cervello, insieme alla rabbia e la delusione per il mio lavoro fatto di grafica e idee che sentivo sprecato. A ben oltre metà della presentazione, il tecnico mi ha offerto la possibilità di utilizzare un altro computer, mi ha dato la possibilità di usufruire di un mio diritto, che per paura o timidezza non ho reclamato da subito. Una pausa abbastanza lunga è seguita, per permettere al tecnico di fare il suo lavoro. Mi ripetevo di stare calma, non dovevo mollare, non potevo dfarmi bocciare , ero preparata!
Tutto si è concluso dopo quasi un’ora, rispetto ai 45 minuti previsti per la prova, mi sono guadagnata quel 30, combattendo i limiti che mi porto dentro o almeno provandoci, non ho preso di più per colpa mia e delle mie insicurezze, ma non posso non pensare che sia stata pure colpa di una scuola impreparata. Un 30, che non è nemmeno il minimo e le scuse del tecnico che ha capito la mia tensione da imprevisto.
Gli orali sono proseguiti fino a metà aprile, così chi è venuto dopo ha avuto più possibilità di prepararsi. Si, l’ho pensato, mi sono sentita svantaggiata, ma altrimenti non si poteva fare e questo paese, che assicura la legalità di un concorso, non può anche assicurare la giustizia, proprio non ce la fa. Comunque in 152 hanno fatto meglio di me e adesso, il limbo è casa mia. La scuola resta il sogno per cui spendermi, non il solo, ma insieme a quello della scrittura di certo il più importante. Stamattina ho incontrato chi è riuscito ad arrivare alla meta. Mi sarei aspettata più intelligenza, più vicinanza, piuttosto che la falsa compassione che ha sfoggiato. Mentre lei parlava, io pensavo a quello che sento in modo forte, rispetto a questa avventura, al rispetto che provo per chi si è seduto davanti a quel computer come me, quel lontano 31 maggio e ha provato con tutto se stesso a fare meta, chi ci è riuscito, chi non ce l’ha fatta, chi è risultato idoneo e vive nel limbo. Un concorso è solo una prova affrontata in un paese che, anche quando assicura la legalità, non riesce ad assicurare la giustizia. Giusto sarebbe stato se avessimo avuto tutti lo stesso tempo per prepararci. Così, nei miei venticinque giorni di tempo, ho studiato, ho chiesto aiuto, sono cresciuta in un mestiere che richiede preparazione, cuore, volontà. Se avessi avuto due mesi in più… ma questa è una possibilità da non prendere in considerazione, magari avrei fatto peggio chi può saperlo!
Tra poco inizia un nuovo anno scolastico tra poco, per alcuni sarà un nuovo inizio per un percorso ricco di sfide, per altri un anno ancora pieno di incertezze. Lo Stato e le sue istituzioni, continuano a non credere abbastanza nella scuola, a non dare gli stessi strumenti a tutti, a non riconoscere il diritto al lavoro e di conseguenza ad un’istruzione che possa dare ai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti, tutte le possibilità che meritano per essere felici oggi e uomini sempre più umani domani. Forse è proprio così che doveva andare, forse si poteva fare meglio, io di certo, e magari pure l’istituzione. La nostra Odissea continua, Itaca è in qualche luogo, laggiù, godiamoci il viaggio, combattiamo, superiamo gli ostacoli, rafforziamoci. Arriveremo.

Essere vicini

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Giovanni Cupidi per me è come un fratello. Strano, perché non lo conosco, non gli ho stretto mai la mano, non l’ho nemmeno mai visto passare per strada. Ma io lo sento davvero come un fratello. Sta combattendo una grande battaglia, non solo per se. Le grandi battaglie nascono nell’intimo di un’anima ma non si combattono solo per se stessi. Giovanni è tetraplegico, ha un profilo Facebook su cui scrive, tenendo aggiornato chiunque voglia capire qualcosa su quello che fa e perché lo fa.

Vive in Sicilia, si batte per l’assistenza domiciliare di cui lui e tanti altri hanno bisogno, un’ assistenza che non c’è.

Giovanni non è un eroe dei nostri giorni, è solo un uomo capace di muoversi (uso non a caso questo verbo) e far muovere altre coscienze sulla strada della civiltà, dei diritti per tutti, delle questioni che vanno sempre difese senza mai abbassare la guardia.

Essere vicini, nel mondo 2.0, sembra sempre più semplice, ma in realtà ci sono troppe periferie ancora, troppe zone irraggiungibili per molti, irraggiungibili perché per arrivarci non basta una tastiera, non bastano le parole, servono i fatti, servono che le istituzioni facciano il proprio dovere, serve che i cittadini capiscano che essere umani è garantire a tutti uguali diritti.

L’assistenza domiciliare è il diritto innato alla vita per molte persone. Io vi dico quello che penso: credo che Giovanni abbia vita e coraggio da vendere, credo che lui abbia voce per tutti quelli che non ce l’hanno e anche per chi ce l’ha ma non sa come usarla, cosa farci. L’assistenza domiciliare in Sicilia, ma sono certa anche in altri tanti posti, è un orizzonte che si avvicina, grazie alle persone come Giovanni, che invece di restare in silenzio, scelgono di raccontare e dire quello di cui c’è bisogno. In Sicilia c’è bisogno che le istituzioni comincino a fare quello che devono fare.

Non sono gli eroi a fare la storia. La storia la fanno gli uomini, tutti i giorni. Quelli che si muovono per il bene comune e, un passo alla volta, cambiano le cose.

Un sit-in in piazza e qualcosa si è mosso, un assessore si è dimesso, un impegno è stato preso. Ora Giovanni siederà al tavolo delle istituzioni della Regione Sicilia per portare il suo contributo e cambiare la situazione. Non so come finirà, so che la strada è aperta davvero e Giovanni è portavoce di tutti noi, noi normali, noi che siamo lontani da certe condizioni e certi problemi, così lontani che facciamo fatica anche solo ad immaginarli. Ma ad un certo punto abbiamo scelto di essere vicini, di sentirci vicini e non guardare più le cose con pietà, certe condizioni come sfortune. Abbiamo compreso e sentiamo certe condizioni come diversità e per questo come ricchezza, come diversità e per questo normalità, ché due vite uguali nel mondo non le trovi, questa è l’unica regola. E ogni vita, normale e diversa, ha bisogno di essere presa, guardata, curata, amata.

Grazie Giovanni per averci permesso di essere vicini a te.

Il razzismo, dietro l’angolo.

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Forse abbiamo sbagliato tutto. Forse Emmanuel non sapeva che nella sua terra gli uomini hanno sbagliato tutto, dando per scontate certe cose. Ma certe questioni non sono mai scontate, certe questioni sono sempre lì, in superficie, dove stanno le cose a cui non facciamo più caso, poi all’improvviso, eccole, le vediamo, quando è troppo, davvero troppo tardi.

Non è morto per amore Emmanuel, non è morto per difendere la sua sposa, no. Lui è morto per colpa di un razzista al quale abbiamo permesso di essere il suo peggio. Quante volte quel coglione lì avrà detto scimmia, o sporco negro, o fatto il verso dell’orango a qualcuno, quante? Magari lo ha fatto davanti ai suoi amici che avranno di sicuro riso, senza alcun imbarazzo…nessuno di quegli amici a dirgli che cosa stai dicendo, ad ammonirlo..tutti dietro, a fargli il coro.

Emmanuel è morto per colpa di un coglione razzista che ha preso in giro la sua bella.

Si muore per stupidità, per i rapporti che mancano, per l’umanità che ha sempre meno virtù e sempre più stupidità.

Da che parte stiamo? Dalla parte della pietà per quel poveraccio di colore, migrante in fuga, disperato in cerca di una terra da abitare? Dalla parte di chi offende, di chi prepotentemente fa il coglione con chi pensa sia più debole, inferiore, inutile? Dalla parte di chi stiamo? Dalla parte di quelli che provano pietà o dalla parte di quelli che con prepotenza decidono della vita e della morte di qualcuno? Nessuna delle due parti mi piace. Non voglio avere pietà, non voglio essere razzista, vorrei essere umana. Vorrei stare dalla parte dell’umanità che oggi sanguina, ferita, umiliata dal gesto incomprensibile di un coglione cresciuto tra gente come lui, che gli ha permesso di essere quel poveraccio che è. Ecco, la vera pietà io la provo per il coglione, non per Emmanuel, che ha vissuto la sua vita in pienezza, fuggendo dalla disperazione incontro ad un amore, il suo grande amore. Ammirazione per quel ragazzo sposo giovane e innamorato che ha difeso la sua sposa a costo di lasciarla sola. Ora la sua sposa è sola, ma caricata di un amore di cui non sempre siamo capaci e che invece a lei è toccato in sorte, l’amore di un uomo speciale e immortale.

Il sangue di Emmanuel è sangue innocente, sangue che non serviva, perché gli occhi dovremmo sempre aprirli prima, avere coscienza di chi abbiamo intorno, difendere l’umanità ogni volta che viene meno e prende il sopravvento la peggio parte di noi.

Emmanuel, perdonaci, tutti e resta accanto, vicino, prossimo ad ogni debole che ha bisogno di essere difeso da un coglione qualsiasi di cui noi non ci accorgiamo.

 

 

Una settimana senza Facebook

Ho abbandonato il mio profilo Facebook da una settimana. Niente più post, opinioni, foto, niente più sbirciate nella vita degli amici, dei conoscenti, dei contatti. Libera dal vizio, dall’irresistibile tentazione di star sempre lì a discutere di tutto e di niente. Mi perdo tra tutto quel chiacchiericcio, quel bisogno di approvazione, tra compleanni e ricorrenze. Per quanto fosse utile quella piazza per il mio mestiere, so bene che i libri non li vendi lì, che i pensieri sono importanti anche quando non li scrivi, non li condividi. I libri e i pensieri, le storie e i desideri, le attese, devono avere tempo, quel tempo che su Facebook non ho trovato, perché lì i pensieri hanno un tempo che non è loro. Ho bisogno di tempo per i miei libri, i progetti, i pensieri, le amicizie, i compleanni da festeggiare, la felicità da vivere.

Se avessi ancora quel mio profilo, oggi metterei la foto che invece ho scelto di mettere qui:

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Oggi è la giornata mondiale del bacio. Onoriamo ogni bacio senza risparmiarlo, diamo baci a chi amiamo, e rispettiamo ogni bacio che si perde, quelli non dati.

Il bacio più bello della mia vita ha resistito al tempo, è un ricordo vivo di una notte, rubato, dato per dichiarare l’amore, quell’amore che è rimasto più grande di me, di noi. Oggi c’ho ripensato e sono passati anni, ma sembra ieri. Amo quel bacio, il ricordo che ne ho, quelle labbra che ho sentito per la prima volta e che mai ho dimenticato. Il bacio ad un grande amore è quello resta, potente e capace di farti sentire la vita tutta intera. Quella notte vive ancora in me, le rendo onore, non appartiene al passato, eternamente ogni volta accade, nuovamente. Se non lo avessi dato, se lo avessi risparmiato, tutto oggi sarebbe diverso.

Il bacio è una scelta, è un coraggio di un istante, la timidezza che assale anche i più temerari. Si è nudi in un bacio, io lo sono stata, lo sono ancora. Nuda come mamma m’ha fatta, come Dio m’ha pensata quel giorno che chissà quando è stato. In quel bacio sono nata e nascerò ancora.

Benedetto sia il bacio, qualsiasi bacio sia. E voi, quale bacio v’ha fatto nascere ancora? Quale bacio vi ha acceso la vita per sempre?

 

 

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Questa foto la tengo sul muro davanti alla mia scrivania. Mi ricorda Peppino ogni giorno. Il motivo è solo uno: per lui le parole erano fondamentali. Le sue parole abitavano luoghi d’omertà, abitavano luoghi inospitali, e non per questo le risparmiava. Io guardo la foto di questo ragazzo minuto, dalla faccia triste, col suo maglioncino nero, quasi fosse vestito a lutto. Nei suoi occhi però vedo la sete di vita. Le sue parole, il suo lavoro, erano fame di vita. Morì calunniato, dissero che aveva voluto farla finita, che s’era suicidato. Come poteva lui aver rinunciato? Già tutti sapevano che non era così. Anno scorso, un anno fa esatto, aprivo il mio blog. Dentro ci ho messo poco di tutto, ho scritto di libri, di idee, impressioni, ho reso libere le mie parole. L’ho fatto con il desiderio di sentirmi sempre in una piazza, in mezzo alla gente. Per questo oggi parlo di Peppino, perché lui questo desiderio lo ha difeso. Le parole lo hanno portato in piazza, nelle vie, tra la gente. Lui, dietro a un microfono, era presentissimo alla vita degli altri. Ecco il perché della sua foto sul muro, per ricordarmi che le parole, anche quando sono dietro a un microfono, dette tra quattro mura ma lanciate oltre, hanno il peso di certe sassate tirate con forza. Ho un blog, ci scrivo, sto leggera il più delle volte, poi alzo gli occhi, incrocio il suo sguardo, mi sento piccola, mi sento viva, pronta alla responsabilità delle parole. Non mi appesantirò nella scrittura, perché mi piace quell’idea che spesso dimostrava di se stesso, quando sembrava volare come una farfalla ma pungeva come una vespa (cit.)

Così io non sono Peppino, non ho una radio, non ho le sue capacità, non mi viene chiesto nulla. Ma ho le parole e non voglio sciuparle, renderle inutili. Un blog è solo un blog, niente altro che un blog perduto tra mille altri. Sciupiamo qualcosa però quando pensiamo che non serve a nulla tentare di scrivere per tenersi vivi. Peppino in fondo non è morto affatto. Le sue parole lo hanno reso vivo, più che mai.

“Non prendo questa sera per scontata.”

Leonardo DiCaprio

“Grazie, grazie davvero a tutti. Grazie all’Academy, grazie a tutti voi. Devo congratularmi con gli altri candidati di quest’anno per le loro incredibili interpretazioni. “The Revenant” è un prodotto degli instancabili sforzi di un cast e di una troupe straordinaria con cui ho avuto modo di lavorare. Prima di tutto grazie a mio fratello, il signor Tom Hardy. Tom, il tuo talento sullo schermo può essere superato solo dalla tua amicizia fuori dallo schermo. Al signor Alejandro Iñárritu: che incredibile talento sei. Grazie a voi e a Chivo per aver creato un’esperienza cinematografica trascendente per tutti noi. Grazie alla Fox e alla New Regency, in particolare a Arnon Milchan. A tutta la mia squadra. Devo ringraziare tutti fin dall’inizio della mia carriera. Il signor Michael Caton-Jones per il mio primo film. Mr. Scorsese per avermi insegnato tanto sulla forma d’arte cinematografica. Mr. Rick Yorn, grazie per avermi aiutato a percorrere la mia strada attraverso questo settore. E i miei genitori, niente di tutto questo sarebbe stato possibile senza di voi. E i miei amici, vi voglio bene. E, infine, voglio solo dire questo: “The Revenant” racconta il rapporto dell’uomo con il mondo naturale, un mondo che nel 2015 è passato attraverso l’anno più caldo della storia. La nostra produzione si è dovuta spostare alla punta meridionale di questo pianeta solo per trovare la neve. Il cambiamento climatico è reale. Sta accadendo in questo momento. E’ la minaccia più urgente per tutta la nostra specie, e abbiamo bisogno di lavorare collettivamente insieme e smettere di rimandare. Dobbiamo sostenere i leader di tutto il mondo che non parlano per i grandi inquinatori o per le grandi aziende, ma che parlano per tutta l’umanità, per le popolazioni indigene di tutto il mondo, per i miliardi e miliardi di persone svantaggiate, per i figli dei nostri figli, e per quelle persone là fuori la cui voce è stata soffocata da una politica di avidità. Vi ringrazio tutti per questo fantastico premio stasera. Cerchiamo di non dare questo pianeta per scontato. Non prendo questa sera per scontata. Grazie mille”

Ci sono notti speciali, in cui i sogni diventano realtà. Seguire la notte degli Oscar per me è stato vedere un sogno realizzarsi. Ero una ragazzina la prima volta che ho visto in un film DiCaprio. Mi addormentai quasi al cinema davanti a “Titanic”. Non l’ho amato ne “Il grande Gatsby”, ma lo ho amato in “The Aviator”, “Revolutionary Road”, “The Wolf of Wall Street”. Ci sono pure film che non so ancora se mi sono piaciuti o meno, rimasti nel limbo, come “Inception” e ancora devo vedere “Revenant”, quindi c’è tutto un mondo che mi aspetta ancora.

Stanotte però io l’ho guardato salire sul palco e prendersi ciò che gli spettava, e l’ho ascoltato dire che non era affatto scontato quel momento. Se fosse solo finta modestia o vera riconoscenza, questo non lo saprò mai, ma io sono rimasta un poco lì, davanti a lui, a godermi un grande spettacolo che non voglio dimenticare.

L’Oriana ci manca

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Io so che al mondo manca profondamente Oriana. Lo so perché non c’è nessuno più che abbia il coraggio della verità come ce lo ha avuto lei. Una penna tagliente, profonda e “Un uomo” è l’esempio di come lei non ha fatto nella sua vita la scrittrice, ma è stata una scrittrice. Con lei sai sempre se essere d’accordo o se non esserlo, ma la sua capacità di raccontare la realtà sa pure far cambiare idea sulle cose, sulla luce che le illumina. “Un uomo” è l’amore e la guerra, la resistenza, la follia, la violenza più efferata e la dolcezza più zuccherina che si possa immaginare.

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La sua casa di New York: qui ha vissuto l’11 settembre 2001, scrivendo di getto “La rabbia e l’orgoglio”, un libro a cui l’umanità dovrebbe essere grata in eterno…perché tira fuori la rabbia, l’orgoglio, l’intolleranza e la tolleranza, il male, il bene, il sangue e le ferite, la redenzione che cerchiamo per sentirci in salvo.   L’Oriana ci manca, perché ci ha resi orfani, incapaci pure di rappresentarla e raccontarla in qualche modo…ricordo la fiction su Rai1 di qualche tempo fa, inguardabile, insopportabile, un tentativo inutile, forse pure come queste mie parole.

Il Campiello ha il suo vincitore: Marco Balzano

“L’ultimo arrivato” di Marco Balzano ha vinto il premio Campiello. Nella lettura dei cinque libri finalisti mi sono perduta, amandoli tutti, in modi completamente differenti. Credo di non sbagliare però se dico che c’è un unico premiato ma i vincitori sono tutti cinque! Cinque libri che ho amato leggere, più di tutti mi rimane nel cuore “Cade la terra” di Carmen Pellegrino, le sue storie d’abbandoni, una scrittura riconoscibile e affascinante. Ma la gara s’è fatta tra cinque titoli che lasciano il segno in un tempo in cui la letteratura fatica a risollevarsi dalla crisi nera, quella che però non riguarda la scrittura, bensì l’editoria. Le storie non vanno in crisi, le buone storie esistono dalla preistoria, le buone storie sono raccontate fin dai tempi degli uomini nella caverne. E queste cinque storie, finaliste al Premio Campiello, ne sono l’esempio.

http://www.lastampa.it/2015/09/12/cultura/marco-balzano-vince-il-premio-campiello-wxBgEOiS5Kf2hfqtq565DK/pagina.html