Riflessioni ridicole sul mio mestiere.

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Un mestiere lo sceglie o si viene scelti? A questa domanda non ho trovato risposta. Da ormai quasi quattro anni mi interrogo in merito a questa questione, senza aver trovato una risposta che mi piaccia, che mi soddisfi. La differenza tra le due alternative è abissale: se un mestiere lo scegli, puoi anche decidere quando è ora di smetterlo, ma se è il mestiere che ti sceglie, allora non puoi decidere altro che come farlo, perché il resto è tutto un destino. La scrittura è di certo un mestiere, anche quando non ti assicura il pane in tavola, il successo, le copertine anzi, forse è proprio nel bisogno che lo diventa di più, un mestiere in cui imparare e farsi strada, in cui mettersi in gioco, sudare, avere voglia di sfidarsi, cambiare, evolvere, venire fuori, affrontare limiti, incapacità, paure. Io ho affrontato una fase lunghissima di negazione…negavo a me stessa e al mondo intorno di voler scrivere. E’ stato un periodo lungo, difficile, di nascondimento, in tanti si accorgevano del mio malessere, in pochi avevano il coraggio di affrontare la questione. Ma alla fine del buio, della solitudine, della chiusura, la vita mi ha concesso di cambiare, a pensarci bene tutto quello che mi è capitato mi ha portato esattamente al punto in cui dovevo essere: davanti a un foglio, con una penna in mano, su una scrivania dove c’era da sempre appoggiata la mia macchina da scrivere. Mi sembrò di non avere più via di scampo. Sono passata per un sacco di fallimenti, ho avuto voglia di mollare, di smettere, di tornare indietro e non credere più a quello che sentivo bruciare dentro. I fallimenti, i no, sono passaggi a cui non mi abituo, ma che forgiano quello che sono e quello che faccio. Ho scritto tanto in questi quattro anni, cambiando forme di scrittura, passando dai racconti brevi ai romanzi, fino ad arrivare al taglio giornalistico. Ho partecipato a concorsi letterari, inventato un modo per farmi leggere nella mia città, ho provato a creare un progetto di scrittura per persone che, come me, possono scoprire nello scrivere una maniera di costruire e ricostruire, di curare e guarire o semplicemente di attraversarsi e conoscere qualcosa in più di se stessi. La scrittura è un mestiere, serve un laboratorio, servono strumenti, serve conoscere tecniche, imparale, ma soprattutto occorre l’estro, l’ingegno, vivere e magari avere voglia di raccontarla, la vita, raccontare quello che su di lei sogniamo, azzecchiamo, sbagliamo, perdiamo, conquistiamo, lottiamo, rinunciamo.

La grande bellezza

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Credo al cinema, alle immagini che scorrono e non hanno fretta, come queste. Non c’è alcuna fretta nella Grande Bellezza, non c’è nel film, non viene chiesta a chi guarda. Io l’ho visto un paio di volte. Mi sfugge qualcosa, non ho fretta di capire tutto. Sfugge qualcosa ed è un bene, tutto subito sarebbe noioso. Ma c’è una cosa invece che ho intuito al volo: personaggi come lui sono il desiderio impossibile di chi scrive, di chi vuol raccontare. Sono lampi di genio in mezzo a tanta fatica del narrare.

Pomeriggi lontani

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Tutto quello che sognavo da ragazzina era legato a quel che succedeva nella storia tra questi due. Stessa ora, stesso canale, i pomeriggi cominciavano così, con la puntualità di immaginarsi dentro a quel paesino americano sulle rive di un fiume. Si è giovani una volta nella vita eppure a volte torna quel vento, quell’aria respirata nell’adolescenza…torna un un ricordo, ritroviamo una lettera, una foto, riappare la nostra serie preferita sulla tv e quei sogni ci sembra non siano poi così lontani. La nostalgia non è sempre un’ombra minacciosa, a volte è un luogo di passaggio in cui poter sostare un poco, una porta che riapriamo su quello che ha nutrito le nostre fantasie. E mentre stiamo affacciati a quest’uscio aperto o riposiamo in questi posti ritrovati, potrebbe capitare pure di accorgerci che la vita ha percorso davvero quelle fantasie e nella realtà è tutto più bello di come lo sognavamo, di come lo volevamo.

Un ricordo.

va dove ti porta il cuore

La versione cinematografica del libro non ricordo esattamente in quale anno uscì, ma era il periodo della mia adolescenza e andai a vederlo al cinema con mia madre. Il ricordo di quel pomeriggio al cinema è annebbiato, la storia l’ho riconquistata leggendola poco tempo fa, ma il sapore di conquista per aver condiviso quel momento con mia madre è intatto. Non è mai stata una mamma amica, ha usato con me sempre molto rigore e per questo le sono grata, per la sua compostezza e la sua disciplina, che ho sperperato il più delle volte, ma rimane un bagaglio prezioso. Quel pomeriggio, davanti allo schermo del cinema, la sentii singhiozzare e io che non l’avevo mai vista piangere rimasi di stucco. Le ho poi regalato questo libro, a distanza di anni, come per ricordarle per sempre quel pomeriggio. Oggi non mi siedo quasi mai con le gambe accavallate come lei vorrebbe, ma neppure mastico la gomma in chiesa, non metto le gonne (lei me ne ha messe così tante che ho finito per odiarle) e non trattengo le lacrime o un’emozione. So che mi perdonerà tutto però, perché ho visto quella volta che anche lei si scompone dentro a un’emozione. Condivide con me l’attesa di leggere un libro mi e soffre con me in questa avventura. Ecco, sarebbe il secondo libro che le regalerei, col mio nome sopra, con le mie parole per lei stampate in dedica…”Tante tua speranze, mamma, sono pure mei. Proverò a non deluderle”.