Quando tutto inizia. DeA Planeta e un nuovo premio letterario, molto interessante.

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Quando qualcuno mi chiede cosa faccio nella vita, mi viene naturale rispondere che scrivo. Questo lascia negli occhi degli interlocutori un punto di domanda enorme. Hanno ragione a chiedersi se sono pazza o meno. In fondo ho scritto e pubblicato per un concorso un solo libro! Quanto ha venduto? Credo un migliaio di copie più o meno, tra libro e ebook. Quindi poco, esperienza circoscritta a un desiderio, tra l’altro ormai è un’avventura abbastanza datata perché iniziata dieci anni fa, perché è dieci anni fa che mi sono messa a lavorare su questa storia e sono riuscita a pubblicarla più di un anno fa.

Nela vita sono una maestra, precaria, con la passione per la lettura, e che ha scritto un piccolo romanzo per raccontare una storia d’amore, senza troppo preoccuparsi di seguire determinati canoni così da provare ad entrare in un circuito, presentarsi magari ad una casa editrice e provare ad essere scelta.

Quando una passione inizia, tutto comincia, o ricomincia. E quando tutto inizia non ti importa di seguire le regole, di fare bene le cose. Il tuo entusiasmo basta. E ogni volta che rileggo qualche pagina di questo libro torno ad essere quella che ero in quel momento in cui, china su un foglio, scrivevo di Marta e Luca, i due protagonisti, del loro amore ritrovato, per poco, ma pieno e in qualche modo straordinario, perché rompe le abitudini e colora di una nuova sfumatura le loro vite.

E io nei libri ho cercato sempre una sfumatura di colore in più.

Quando tutto inizia le sfumature possibili sono infinite, e vorrei ricominciare a scrivere con questa capacità di sentire che è davvero così. Non ci riesco, per ora, così non riesco più a immaginare per me il momento in cui avrò un nuovo romanzo mio pronto per iniziare una nuova strada, un nuovo percorso. Ed è un peccato questo, ne sono convinta, lo penso da ieri, da quando ho letto il bando del premio letterario Dea Planeta. Se avessi un manoscritto nel cassetto non esiterei a inviarlo.

Avere un inizio, un nuovo inizio tra le mani, in testa, nel cuore, per provare ancora a vedere, negli occhi delle persone con cui mi capita di parlare, il punto interrogativo o l’esclamazione sottointesa di chi si sente dire “io scrivo” e sentirmi aliena, strana, pazza, una che crede in un desiderio e oltre a quel che è si spinge a vedere cosa potrebbe essere, diventare.

Il mio primo libro mi ha insegnato la bellezza dell’inizio, di ogni inizio. Magari, un giorno…

 

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I regali, quelli belli.

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La gardenia ha aperto proprio oggi il suo primo fiore. Il rito di ogni anno, in questa occasione, è rileggere il brano del libro “Incontro d’amore in un paese in guerra”, per ricordare che il mio fiore preferito è protagonista di uno dei racconti per me piu belli. Lo ripropongo, oggi che è il mio compleanno, tra auguri ricevuti e altri attesi e non ancpra arrivati, o che forse mai arriveranno. Sento che delle ferite di tanta dimenticanza però avra cura questo fiore, così opportuno e così speciale da farmi sorriderr come fossi ancora una bambina. I regali, quelli belli… un fiore, un libro, qualche parola vera. Sono sicura che a chi mi segue qui faro un regalo gradito riproponendo il racconto di Sepulveda. Buona lettura:

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perchè sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono. Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici. Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola. Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta. Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità. Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse. Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo. In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta. Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”

L. Sepulveda, Lassù qualcuno aspetta delle gardenie.

Libri, letture e fotografie. Sono tornata.

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Sono qui, stasera, dopo tanto tempo, tutto quello che mi è servito a capire se questo blog è il luogo che avevo davvero immaginato e voluto per la mia scrittura. Mi sono guardata indietro e pure un po’ dentro. Non tutto quel che ho scritto qui mi piace, ma è il mio posto, quello di cui ho sentito la mancanza e al quale adesso, stasera, faccio ritorno. Il mio posto in questo grande, immenso mondo fatto di storie e scritture on-line.

Torno scrivendo di un libro, uno di quelli che sono stati e sono importanti per me. Allora comincio.

Un po’ di tempo fa abbiamo cominciato a fotografare libri.
Io ho iniziato quando la condivisione sui social mi ha fatto sentire che era possibile parlare liberamente delle mie letture non solo a qualche amico o amica, ma anche a persone più lontane da me. Non so perché questa spinta, non me lo chiedo, mi piace semplicemente raccontare quello che un libro mi ha fatto vivere. Se scavo nella memoria trovo tanti libri importanti per me, di cui mi piacerebbe saper esprimere a parole l’altezza a cui mi hanno condotta, l’altezza delle storie che raccontano, l’altezza di certi personaggi, di certe scritture. Chiedi alla polvere di John Fante, è diventato uno dei libri che amo fotografare per attaccarci poi qualche pensiero mio, poco legato allo stile, più intriso di emozioni e impressioni.
Un libro che ho avuto voglia di finire lentamente. Volevo il tempo di imparare e fissare qualche passaggio, restare nell’atmosfera, trovare spazio per l’immagine di quello scrittore che ad un certo punto dice: Dovevo scrivere una storia d’amore, imparare cos’era la vita!
Ecco sì, ho avuto bisogno di masticare e ingoiarmi i singoli pensieri, i desideri di Arturo Bandini.
Mi è venuta voglia di rileggerlo, con lo stesso passo lento di sempre, come a volermici spalmare un po’, come a volerci combaciare con Arturo, con lo scrittore che cerca il modo di trovare vita per sè. E come fa lui, tra la polvere, nel deserto, tutto quello che sembra morirci dentro, sotto, in mezzo, tirarlo via, provare a salvarlo, inseguirlo quando sfugge. Bandini scrive, sogna, muore un po’ tra quella polvere, come tutti, come tutto, appare ingenuo fino all’illusione, ma diventa quasi amico. Viene voglia di chiamarlo, al telefono, condividerci la gratitudine per il suo viaggio, che diventa il viaggio di ogni lettore che a questo libro si avvicinerà.
Il lontano si fa vicino, una foto non è mai solo una foto e un libro, quando è un bel libro, è una grande avventura da raccontare.

Lincoln nel Bardo, di George Saunders

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Stavolta è più difficile del solito scrivere qualcosa di questo libro. Difficile è spiegare che l’anima, tra queste pagine, si perde. Ho pianto in passaggi di pura poesia.

I libri sono passaggi, viaggi da una terra a un’altra, da un’anima all’altra.

Non dobbiamo parlare di libri, dobbiamo leggerli e lasciarci portare.

 

“Uno schiocco di dita” in finale!!!

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La strada continua, e tra meno di un mese sapremo chi vincerà il concorso ilmioesordio2017. Sono felice, comunque andrà io so che questa storia mi ha regalato tante emozioni e soprattutto la voglia di continuare a scrivere e a credere che tutto è davvero possibile. Vi lascio qui un pezzo del primo capitolo. Potrete andare su http://www.ilmiolibro.it per sostenere la storia, lasciare un commento sulla pagina dedicata. Grazie a tutte le persone che mi hanno accompagnata e mi sono vicine in questa avventura!

“Il foglio di carta leggerissima, quasi trasparente, scivolò dal libro e volò come fosse una piuma, fino a toccare il pavimento. C’era una scritta, un po’ sbiadita, ma ancora leggibile. La grafia era inconfondibile, un corsivo piccolo, stretto, che riconobbi subito. Lo raccolsi, e tenendolo tra le dita mi accorsi che stavo tremando. Quello era il libro che Luca mi aveva lasciato al nostro ultimo incontro e che non avevo ancora aperto. Erano passati poco più di due mesi dalla sua partenza e stavo finendo di svuotare alcuni scatoloni appoggiati in soffitta. Tiravo fuori cose messe dentro alla rinfusa durante il trasloco. Nella fretta di venir via dall’appartamento dei miei e trasferirmi nella vecchia casa dei nonni mi sembrò più semplice ammucchiare senza un ordine preciso e mi ritrovai con una soffitta da svuotare e una casa intera da riordinare. Avevo trovato di tutto, foto, vecchie musicassette ormai diventate inascoltabili, perché superate dalle nuove tecnologie, diari di scuola, libri. Li sistemavo sulle mensole e tra i tanti spuntò il libro di Luca. Rivedere la copertina me lo fece ricordare. Lo avevo rimosso in una sorta di amnesia da autodifesa per non ripensare all’ultima volta che l’avevo visto. “Seta” era il titolo stampato in copertina. Ingiallito, con le pagine rigide, ispessite dal tempo. Chissà dove l’aveva preso! Magari in una delle bancarelle dell’usato al mercatino dell’antiquariato. Non avevo intenzione di leggerlo, ma lo aprii per sfogliarlo velocemente e spuntò il foglietto, leggerissimo, quasi trasparente, scritto in corsivo, una grafia piccola di lettere allungate, la sua:

“Ci siamo amati, lo so, anche se non ce lo siamo detti. Ci ameremo ancora, mai completamente. Non esiste un amore completo, non esiste per me e per te. Parto senza avere il coraggio di affrontarti. Ho bisogno di una vita nuova, senza di te. Se vorrai cercarmi potrai farlo, chiedi il numero e l’indirizzo ai miei. Perdonami.”

Quelle parole si scagliarono su di me come frecce. Rimisi il foglietto nel libro, in fretta, per farlo sparire, per non cedere alla tentazione di leggerlo ancora. Le sue parole altro non erano che bugie cucite su misura per salvarsi la faccia e io non volevo più sentirle, non volevo più pensarci. Ma cacciarle via fu praticamente inutile, ero più fragile di quanto volessi ammettere. Così, sedendomi davanti alla piccola finestra della soffitta, ripensai al nostro ultimo incontro. Ricordo ancora quel momento nei minimi dettagli, si ricorda alla perfezione un’ultima volta.

Un vento improvviso si alzò e nuvole grigie si affacciarono all’orizzonte, annunciando un temporale, uno di quelli che si preparano in poco tempo, minacciosi e frequenti in estate, da queste parti. Si avvertiva già il profumo di terra bagnata, forse uno degli odori più buoni che si possano sentire, anche se la pioggia era ancora lontana.

L’orologio sulla parete mi ricordava che avrei fatto tardi anche quella sera. Da qualche mese, al lavoro, finire abbondantemente oltre l’orario di chiusura era diventata una consuetudine. Erano già le cinque e niente in quella giornata era andato per il verso giusto. Il cellulare prese a squillare, lo cercai nell’ammasso di fogli accatastati sulla scrivania, lasciai perdere per un attimo i biglietti di auguri ancora da scrivere e i mazzi di fiori da consegnare.

– Pronto.

– Marta, sono io. Posso passare da te? È questione di un minuto.

– Ho mille cose da fare, adesso non ho proprio tempo. Possiamo fare stasera?

– Ti prego. Ci vorrà pochissimo, promesso!

Ogni volta che Luca chiamava io correvo. Non riuscivo mai a dirgli di no e a maggior ragione in quell’occasione, dopo averlo sentito trafelato, ansioso. Il tono della sua voce era strano, avevo riconosciuto nella sua richiesta una supplica che mi allarmò. M’aveva detto poche parole, ma lo conoscevo abbastanza da sentire quando qualcosa non andava, così nonostante la fretta in cui la giornata era precipitata, scelsi di fare una pausa.

– Vengo io, ci vediamo al solito posto tra un quarto d’ora.

Davanti al portone della chiesa non c’era. Fremevo per la curiosità di sapere il motivo di tanta urgenza. Arrivò in bici, sembrava agitato, pensai che avesse fretta come me. Indossava una maglietta rossa e un paio di jeans scoloriti, sulle spalle il solito zaino giallo e blu. Non scese, restò fermo con un piede sul pedale e l’altro appoggiato a terra. Quando capii il motivo dell’appuntamento, rimasi spiazzata.

– Non leggerlo subito, puoi tenerlo, non preoccuparti.

Cercò nel suo zaino e tirò fuori un libro. Lo presi in mano, non volevo discutere e non protestai davanti a quella che mi sembrò la cosa meno importante e più stupida del mondo. Ero corsa da lui solo perché voleva consegnarmi un libro. Ero corsa lì solo per soddisfare un suo capriccio. Con un tono scocciato mi preparai a tornare al lavoro:

– Svelto dai, tra poco pioverà. Ci vediamo stasera, andiamo con gli altri a prenderci un gelato ok?

Non aspettai che mi rispondesse. Feci per andarmene, mi voltai giusto un attimo per ringraziarlo del libro. Queste sono state le mie ultime parole per lui. Non aggiunsi altro e me ne andai. Era una cosa seria, ma non potevo saperlo. Se avessi aperto il libro avrei capito. Era davanti a me la verità, tutta scritta nei suoi occhi schivi. Non mi aveva guardata in faccia nemmeno per un momento. Nel suo sguardo c’era già tutto.”

“Uno schiocco di dita”, su http://www.ilmiolibro.it.

 

Quello che conta davvero.

Sono molto felice, perché già da oggi in tanti hanno colto l’occasione dell’ebook gratuito per scaricarlo. Il costo originario è di 0,99 centesimi, costano poco gli ebook, soprattutto quelli piccoli e scritti da sconosciuti. Costano meno di un chilo di pane, di un caffè, meno di un pacchetto di caramelle, meno di un quotidiano, di un gelato, meno di uno svago qualsiasi.

Costa talmente poco un ebook che diventa inevitabile riflettere sul perché si attenda una promozione per scaricarlo, e so che in tanti ce lo chiediamo. Ma io spero che chi scrive non lo faccia per un guadagno, tra l’altro irrisorio.

Io so che i miei racconti non valgono i soldi che costano, so che varranno le letture che riusciranno a conquistare, i lettori che si convinceranno a cercarci qualcosa. Così ho messo quel prezzo, 0,99, giusto per riconoscermi il valore di un impegno che rimane tale anche in questi due giorni che potete godervelo gratis.

Ho venduto quattro copie in due mesi, facendo pagare il mio lavoro meno di un caffè, oggi sono già arrivati 39 download. Pochi centesimi o nessun centesimo poco importa. Io spero che queste storie arrivino a un cuore, o a 33, o a quelli che saranno e non voglio che facciano successo, non scrivo per averne, non scrivo abbastanza bene da poterlo meritare.

Le storie che scrivo hanno bisogno di qualcuno che le legga per valere qualcosa, non di un prezzo in copertina, non di un guadagno. Ma ancora prima, le storie che scrivo, hanno trovato valore proprio quando la penna ha iniziato a mettere nero su bianco quel che volevo raccontare.

Oggi sono felice, per aver ancora una volta scoperto che il vero guadagno, nelle cose che facciamo, non è mai questione di soldi.

Vi chiedo di scaricarlo se vi attrae, se vi incuriosisce, di farlo in questi due giorni in cui costa niente e lasciarmi un pensiero vostro, l’unico valore che mi renderà un poco più ricca e felice.

Il Trono di Spade, un libro dopo l’altro.

Stamattina ho letto l’ultima pagina del dodicesimo libro de “Il Trono di Spade”. Otto mesi fa, quando cominciai a leggere, ricordo che mi trovai in difficoltà, non capivo quale fosse il primo libro, quello da cui iniziare la lettura. Magari a mesi di distanza, un po’ di chiarezza anche nel web è stata fatta.

Inutile dirvi che ho trovato questo viaggio una vera e propria esperienza di lettura, coinvolgente e piena di colpi di scena.

Qui di seguito vi aggiungo l’elenco dei libri, uno dopo l’altro, tutti in fila. Probabilmente, entrando in libreria, vi sarete o vi troverete confusi perché spesso non c’è una logica esposizione dei vari volumi.

Io posso solo dirvi che ho iniziato a leggere per  una sfida personale, perché non amo questo genere e volevo provare a scoprirlo. Mi sono ritrovata a non poter più smettere.

Buona lettura allora a chi, come me, avrà voglia di vivere questa avventura.

Vol I: Il Trono di Spade;

Vol II: Il grande inverno;

Vol III: Il regno dei lupi

Vol IV: La regina dei draghi;

Vol V: Tempesta di spade;

Vol VI: I fiumi della guerra;

Vol VII: Il portale delle tenebre;

Vol VIII: Il dominio della regina;

Vol IX: L’ombra della profezia;

Vol X: I guerrieri del ghiaccio;

Vol XI: I fuochi di Valyria;

Vol XII: La danza dei Draghi.

 

“Le nostre anime di notte” di Kent Haruf

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Ci sono libri necessari, sono come il pane, l’acqua, l’aria da respirare.  NN Editore ne ha riconosciuto uno e lo ha pubblicato, eccolo qui.

Kent Haruf, già autore di una trilogia che ho amato e di cui presto scriverò, ha raccontato in “Le nostre anime di notte” di sentimenti universali, senza tempo, eppure per molti versi dimenticati.

I suoi personaggi li riconosci perché vestono panni in disuso, leggeri come seta, e abitano luoghi che il resto del mondo abbandona.

L’America piccola e simile alle nostre città di provincia, dove il chiacchiericcio della gente è unico sottofondo, il passatempo più praticato.

Eppure, Addie Moore e Louis Waters, sanno ascoltare il richiamo più forte di ogni giudizio e scelgono di incontrarsi, di stare insieme.

Non è l’amore sfacciato e senza pudore a cui certa letteratura contemporanea e di successo ci ha abituati. Qui le anime dei protagonisti sono al centro di tutto, delicate e semplici nei sentimenti. Brillano di una luce che illumina lo spazio intorno, lo rinnova.

Non sono due ragazzini Addie e Luois, la loro vita sembra essere già tutta vissuta, passata. Sono nel tempo in cui potrebbero sedersi ed aspettare quel che resta, nella solitudine dei ricordi e nella malinconia di sentirsi arrivati. Ma quella solitudine è un muro che viene giù, basta una telefonata per aprire crepe da cui far passare tenerezza, affetto, desiderio. Si trovano, sembrano essersi aspettati, sembra che così il destino gli abbia aperto la strada. E per i cuori senza età non c’è tempo o spazio, non esistono convenzioni e timori che possano allontanarli.

Non posso non pensare di aver fin troppo sminuito questa meraviglia, così smetto le parole e lascio il solo consiglio che sento di poter dare: leggete questo libro, apre strade infinite.

“Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy

Ho appena finito il viaggio tra queste pagine. Provo a scrivere qualche pensiero perché questo è uno dei libri più belli che io abbia letto.
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Il Texas, il Messico, la frontiera in sella a un cavallo. Il tempo che questa scrittura scandisce è lento. La storia è tutta un susseguirsi di piccole cose viste al dettaglio, minuziosamente descritte. L’America dei grandi spazi diventa lo sfondo ideale per le vicende di uomini leggendari non perché compiono imprese straordinarie, ma per i loro destini che incrociano il dolore, la solitudine, la meraviglia di scoprirsi vivi.

Tutto si muove su un piano leggermente inclinato e i personaggi scivolano verso una terra nuova, verso la conquista di uno spazio fatto di cielo, stelle, vento, ranch, pure un bordello in cui incontrare una ragazza che somiglia a una rosa in mezzo al deserto.

In questa trilogia, McCarthy mescola carezze e schiaffi, un po’ come fa un padre che vuol condurre i propri figli a un orizzonte di saggezza e coscienza.
Dopo un libro così si ha nostalgia di tutto. Dopo un libro così si può pure piangere, come si fa alla fine di qualcosa di davvero importante.

Non so consigliare libri, elencare i motivi per cui dovreste leggere un libro. Io so solo che queste mille e più pagine sono entrate una per una nella mia anima e vorrei che entrassero pure nella vostra.

Solo un fiore non è.

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Oggi ho pubblicato questa foto tra le mie storie di Instangram. È il primo fiore della mia gardenia. Ci ho scritto che questo fiore bellissimo mi ha fatto ripensare subito a un racconto di Sepulveda. In tanti poi mi hanno scritto di quale racconto stessi parlando. Lo metto qui, di seguito, tutto intero. Guanda ha raccolto i racconti di questo scrittore, nostro  contemporaneo eppure fuori dal nostro tempo. Dico questo perché, ad esempio in questo racconto, accade quel che più non accade nei libri, soprattutto quelli d’amore rivolti a lettori giovani. Accade che si resta sospesi, che niente si consuma. Ma è così che le emozioni si innalzano, esplodono, si generano sul serio. Leggendo questo racconto, a me ogni volta parte il cuore, sembra voglia esplodere. Eccolo qui, spero giri il più possibile, spero arrivi a quanta più gente possibile. Invoglia alla lettura, alla vita, vedrete, è davvero così.

“Lassù qualcuno aspetta delle gardenie” di L. Sepulveda.

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perché sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.  C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono.

Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici.
Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola.
Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta.
Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità.
Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse.
Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo.
In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta.
Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”