Solo un fiore non è.

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Oggi ho pubblicato questa foto tra le mie storie di Instangram. È il primo fiore della mia gardenia. Ci ho scritto che questo fiore bellissimo mi ha fatto ripensare subito a un racconto di Sepulveda. In tanti poi mi hanno scritto di quale racconto stessi parlando. Lo metto qui, di seguito, tutto intero. Guanda ha raccolto i racconti di questo scrittore, nostro  contemporaneo eppure fuori dal nostro tempo. Dico questo perché, ad esempio in questo racconto, accade quel che più non accade nei libri, soprattutto quelli d’amore rivolti a lettori giovani. Accade che si resta sospesi, che niente si consuma. Ma è così che le emozioni si innalzano, esplodono, si generano sul serio. Leggendo questo racconto, a me ogni volta parte il cuore, sembra voglia esplodere. Eccolo qui, spero giri il più possibile, spero arrivi a quanta più gente possibile. Invoglia alla lettura, alla vita, vedrete, è davvero così.

“Lassù qualcuno aspetta delle gardenie” di L. Sepulveda.

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perché sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.  C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono.

Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici.
Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola.
Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta.
Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità.
Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse.
Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo.
In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta.
Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”

Mi fermo in biblioteca, poi passo in libreria.

Il rifugio che preferisco è la biblioteca. Libri gratuiti, storie a non finire. Ultime uscite, vecchie edizioni di titoli che hanno reso la letteratura una fonte inesauribile di immaginazione. Scelgo i titoli, li porto a casa per qualche giorno, li leggo. Sono libri presi in prestito, sono stati in altre stanze, hanno pagine sfogliate da altre mani che le hanno segnate, piegate, sgualcite. La mia lettura si unisce a quella di chi come me, in tempi diversi, ha affrontato l’avventura, la scoperta delle storie. E quando li riporto indietro, il filo non si interrompe, il tempo della scoperta continua, passa da me al prossimo lettore. Da ragazzina non avevo mai a disposizione tutti i soldi che mi sarebbero serviti per poter comprare i libri che volevo, così la biblioteca mi era utile.

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Continua ad essere utile oggi, perché non posso comperare subito tutti i libri che vorrei e allora li aspetto così, prendendoli in biblioteca, leggendoli prima di comprarli.  Dalla biblioteca passo alla libreria. Amo avere per me i libri, che accetto di prestare solo se mi fido ciecamente di chi me li chiede. Nasce tutto in biblioteca, ma niente si ferma lì. Mi piace poter acquistare un libro già letto, rendergli onore comprandolo. I libri aspettano di essere letti e di essere scelti, comprati, aspettano il lettore sugli scaffali delle biblioteche o delle librerie. Aspettano le nostre voglie, le nostre possibilità, intendono comunque arricchirci. Libri in prestito e di tutti fin da subito, libri comprati e nostri quando entrano in casa. Dalla biblioteca alla libreria la strada è breve e sarebbe bello fosse sempre più transitata.

Nella foto trovate l’androne della Biblioteca Sperelliana di Gubbio.

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Letto in poco meno di una settimana, un poco per sera, prima di dormire. Ma il sonno, una storia così, te lo toglie. Perché questa storia, di un padre e di una figlia, viene a pungolare la coscienza. In Giosuè e Lulù ho finito per ritrovare qualcosa di me e delle mie distanze, delle mie questioni complicate, delle mie attese verso il mondo e i rapporti con chi lo abita. Una storia di vita, sulla vita, quindi dalla vicenda che racconta finisci per passare lo sguardo su quel che hai addosso, sulla tua vita che, in certe cose, somiglia a tutte le vite intorno. Nella scrittura di Carmen ho finito per trovare me. Non chiedo altro a un libro che questo: fammi pure andare lontano, portami dove vuoi, ma fammi tornare, lascia che torni a guardarmi, a conoscermi un poco più di prima.

Così, per la seconda volta, perché così già mi era successo con la sua prima storia “Cade la terra”, mi sono potuta mettere in cammino.

Ultimo, non meno importante, è il pensiero che non esistono libri, ma esistono storie. Le storie finiscono nei libri, così più facilmente raggiungono un lettore, ma io sono certa che certe storie raggiungerebbero comunque un lettore. Non chiedetemi come e perché ho pensato questo, ma in questa scrittura che racconta di lettere consegnate a un fiume, ho sentito la speranza più grande che ho, quella di poter essere raggiunta dalle storie, quelle dei libri, quelle scritte sui muri, nei fiumi, sulle pietre, sugli alberi, nel mare, tra le nuvole e in un tramonto, tra le vie delle città.

“Non dirmi addio” di Reika Kell.

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Io credo al potere dei libri e delle storie. Lo ripeto quasi in tutte le recensioni, e ripeto che io di recensioni vere e proprie non so scriverne. Questa premessa è importante perché quando qualche giorno fa ho letto “Non dirmi addio” di Reika Kell edito da Rizzoli per la collana “You feel”, mi sono messa a cercare tra quelle pagine i motivi che mi spingono alla lettura ed eccolo il motivo: credo al potere dei libri e delle storie. E i libri, le storie, le incontriamo per un milione di motivi diversi.

Questo libro a me ha raccontato molto più di una semplice storia, mi ha fatto vivere un’atmosfera portandomi dentro ad un amore diverso, eppure simile ad ogni amore, che deve superare ostacoli, fare i conti con il passato, ambire alla conquista di una fiducia che si costruisce passo dopo passo. Lise e Adam, insieme alla famiglia di Lise e ad un terapeuta amico di Adam, non sono personaggi lontani, pur rischiando di cadere nei cliché di molta scrittura degli ultimi anni, quei cliché di bellezza assoluta, di muscoli e occhi verdi. Si, questo libro non è immune nemmeno da piccoli refusi e ripetizioni che forse un buon editing potrebbe facilmente eliminare, ma lo stile di questa scrittura è immediato, semplice, diretto. Io ho riconosciuto in questa scrittura un modo di affrontare una storia d’amore con tenerezza, una tenerezza che non è più così semplice da trovare. E per questa latitanza, appena la trovi, la riconosci subito. Una tenerezza che lascia al perdono anche o difetti…non sarei sincera se dovessi che non ce ne sono. Forse nelle descrizioni manca un po’ di fantasia, ci sono ripetizioni di immagini e termini. Io ripeto che in questo forse lo scrittore ha poca responsabilità, forse da una collana edita da un grande editore vi si aspetta un lavoro più attento e curato. Ma il potere delle storie sa far volare sopra le piccole imperfezioni, sa tenerci lontano dal tempo, sa farci sentire amici dei protagonisti, così da volerli quasi abbracciare. Lui, lo scrittore con un passato difficile che lo blocca, lei che il suo passato vuole affrontarlo guardandolo dritto in faccia. Sono diversi, complementari, tra loro l’alchimia è inevitabile. Qualche colpo di scena regala improvvisazione, fa fuggire via la banalità. Non dico che dovreste leggerlo, dico che se lo leggerete volerete via per un po’. E chiedo, senza voler offendere nessuno, che ci sia più attenzione alle piccole sfumature…affidare una storia è un passo importante e la scrittrice o il lettore non dovrà rimanere deluso da un accento che manca o una parola che si ripete troppo, in troppo poco spazio. Complimenti a Reika!

A Italo Calvino

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Devo il mio piacere per la lettura a Italo Calvino, ai suoi racconti, alle sue Lezioni Americane, agli spazzi in cui la sua scrittura è diventata per me una possibilità. Non sto facendo bene il mio lavoro, ma so che se con onestà e impegno mi metterò davanti a un foglio, avrò fatto già un primo passo importante. Lui ha scritto tutto lo scrivibile, mi sento una mollica di pane su una tavola imbandita, inutile rimanenza di una meraviglia che è già stata servita. Per questo sempre più forte in me è il desiderio di leggere, leggere senza dover pensare alla scrittura. Devo a Calvino tante notti in cui leggere è stato accendere una luce nel buio e vivere avventure straordinarie.

“Non aspettare la notte” Valentina D’Urbano

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Finalmente! Inizio così, con questa parola che ha il sapore di un’attesa che si compie perché ho atteso una nuova storia di Valentina D’Urbano con il fervore tipico di chi sa che non sarà deluso. E’ andata proprio così. Non si può rimanere delusi da questa storia, perché “Non aspettare la notte” è il racconto di vicende vicine, tremendamente vicine. Non tanto perché i protagonisti, Angelica e Tommaso, sono personaggi famosi, gente da copertina, ma per il fatto che sono due anime imperfette, nel corpo e nello spirito, piene di turbamenti. Non c’è alcuna volontà di far apparire questo due come supereroi bellissimi e ricchissimi, potenti, perfetti. Non c’è perfezione, non ci sono vicende straordinarie se non avrete occhi pronte a trovare lo straordinario nell’ordinario, in un amore di luci e ombre, di vette e abissi. Un amore che salva, un amore che condanna, che ci redime e ci può pure spezzare. Il racconto è tutto qui, come se fosse poco! In fondo Angelica è una ragazza come tante, nasconde le ferite, quelle del corpo, quello dell’anima, non lascia entrare nessuno, fino a quando Tommaso la vede, la riconosce, non per quelle ferite della pelle, ma per la luce che da queste filtra. Tutto è così reale nella scrittura di Valentina che è impossibile non domandarsi se li ha conosciuti davvero quei due, se li ha incontrati e fermati, se la storia qualcuno gliela raccontata. Ho trovato queste pagine bellissime, per la forza che hanno di dire che un amore è straordinario proprio quando ci viene vicino ed entra nei giorni, li illumina e non è qualcosa che accade agli altri, ma è una possibilità per tutti. Questo non vuol dire affatto che la nostra vita è destinata alla felicità, ma di certo è destinata alla verità. Mi dispiace averne scritto, perché risulta tutta la mia morale traboccante e la morale quasi mai è un veicolo per trasmettere la bellezza che abbiamo conosciuto. Eppure, se lasciate stare per un attimo tutto quello che ho detto fin qui, potrete fidarvi di quest’ultima riga in cui voglio solo dire che questo libro è un regalo che vi farete, che farete se avrete voglia di donarlo a qualcuno. Una voce fuori dal coro, una storia buona per tutte le età, anche per l’adolescente abituato alle fanfiction (si scrive così?) in cui tutto luccica senza brillare mai. Ecco, qui Angelica e Tommaso illuminano perché sono luminosi, anche feriti, anche contorti, anche infelici. Verità, questa è molta verità svelata, senza bisogno che vi stia a dire la trama…leggete e saprete.

Leggere è una scelta quotidiana.

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Quante volte ho sentito dire “non leggo perché non ho tempo”! Ogni volta provo a capire questa frase, ci provo davvero. Non dubito che possa essere vero, non dubito del fatto che a volte, in un giorno, non ci rimane tempo neanche per completare un pasto o per compiere tutti i doveri che ci spettano. E questo mi fa sentire aliena, a volte un’aliena piena di sensi di colpa perché prendere in mano un libro e mettersi a leggere sembra un lusso.

Eppure non è così, non è un lusso prendersi dieci minuti di tempo per leggere, è semplicemente una scelta quotidiana. Si, perché la lettura può accompagnarsi a tante altre azioni quotidiane necessarie…come per esempio andare in bagno, oppure addormentarsi, oppure aspettare che l’acqua della pasta raggiunga il bollore o che la pasta si cuocia. Oppure la fila in posta, o in banca, o nella sala d’attesa del medico. Bastano dieci minuti al giorno, sette pagine di un libro attraversate nemmeno troppo in fretta, in dieci minuti al giorno. 7 pagine al giorno per un mese di 30 giorni fanno un libro di 210 pagine. Vorrebbero dire 12 libri all’anno. Potrei continuare con le moltiplicazioni, ma mi fermerò alla poesia nascosta al numero 12 che è abbastanza approssimativo, perché esistono libri da mille pagine e libri di settanta pagine e capite bene da soli che i miei dati sono alquanto ambigui e poco considerabili. Comunque, mettiamo che ognuno di noi accetti la sfida dei dieci minuti al giorno, vorrebbe dire che potremmo conoscere storie di cui sapere tutto, che riusciremmo ad avere in noi più vite di quante riusciamo a vivere, che quelle storie possono diventare mondi nuovi, nuove spinte, idee e sentimenti da aggiungere.

Non so se mi sto sbagliando, se ho preso un granchio, se 12 libri all’anno sono da considerarsi una vera conquista, ma sono molto di più della media nazionale che considera che un italiano su due non legge nemmeno un libro all’anno, ma io immagino che non sia per questione di tempo.

Credo che leggere sia una scelta quotidiana, un modo di vivere e viversi, di accettare che noi siamo molto di più dei nostri doveri, dello status sociale che abbiamo faticato a raggiungere e che fatichiamo a mantenere. Tra le pagine di un libro noi scopriamo di appartenere a qualcosa di molto più grande del qui ed ora, siamo molto oltre il tempo, diveniamo infiniti.

Scegliere di leggere è un’azione immensa, perché dopo la lettura di un libro siamo diversi, oppure più simili a quel che vogliamo essere, più simili o diversi a chi incontriamo.

Leggere è la scelta quotidiana meno costosa e più libera che possiamo compiere, quella scelta che ci aprirà una strada quando tutto intorno sembra interrotto.

12 libri all’anno diventeranno sempre di più e se saranno di meno ne sentiremo la mancanza perché leggere è questione di anima, è un modo di stare al mondo, è scelta quotidiana che ci apre a possibilità infinite.

In ogni momento, anche davanti al caffè, o sul divano accanto a nostro marito, ad un figlio, immergersi per dieci minuti in una storia, è una scelta. Sapremo compierla?

“Il linguaggio segreto dei fiori”

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Questo romanzo non è una novità dell’ultima estate: Garzanti lo ha pubblicato nel 2011 ed è un romanzo d’esordio, aggiungerei un esordio di successo.

Vanessa Diffenbaugh ci racconta la storia di Victoria, una ragazza chiusa, introversa. Infanzia difficile la sua, tante ferite le hanno lacerato l’anima. I fiori che cura nel suo giardino diventano simboli delle sue emozioni. Si, Victoria è una donna che ama i fiori, il suo giardino è un regno in cui le emozioni si colorano, profumano, prendono forma. Non c’è niente che accada o sia accaduto nella sua vita che un fiore abbia mancato di rappresentare.  Tra difficoltà e insicurezze, paure e discanto, Victoria cerca la strada della redenzione da un passato complicato in cui non manca una colpa per la quale sembra non poter esserci perdono. Ma il suo cammino sfiora quello di un ragazzo, Grant ed è proprio grazie a questo incontro che la vita, nonostante Victoria abbia tentato di evitarla, la viene a cercare. Proprio quando il passato sembra avere l’ultima parola su tutto, ecco che il presente ha in serbo cose nuove.

Queste pagine sono riempite di una scrittura delicata e potente. Un romanzo sulla vita, sul dolore che a volte ci attanaglia, che sembra non farci prendere fiato, che ci imprigiona, ma soprattutto sulla possibilità di cambiare, di tornare a sorridere.

Una sorta di appendice dal titolo”Il dizionario di Victoria”, conclude il libro ed è un modo per entrare ancora di più in sintonia con il mondo raccontato, con la storia appena letta. Tra queste pagine i fiori assumono un significato, diventano simboli di emozioni che vi assicuro, non potrete dimenticare.

“Il linguaggio segreto dei fiori” è un libro femminile, profondamente femminile, scritto con una sensibilità che è sempre meno visibile nei modi della scrittura di oggi. Una voce fuori dal coro, un richiamo irresistibile per chi cerca una storia in cui perdersi, tornare al cuore di certe piccole cose che sono senza dubbio gli scrigni in cui si nascondono le emozioni più vere.

 

Leggere a settembre.

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In libreria, due nuove uscite hanno rubato la mia attenzione, molto diverse tra loro:

“Eccomi”di Jonathan Safran Foer, Guanda Editore,

“La natura esposta” di Erri De Luca, Feltrinelli Editore.

Attendevo Safran Foer come un bambino il suo regalo di compleanno. Un’attesa lunga che in questo giorni finalmente si compie.

Per Erri De Luca invece ho dovuto attendere molto meno, ma esplode comunque il desiderio di tuffarmi nel suo nuovo lavoro.

Ce ne sono altri, chiaramente, di cui magari parlerò più avanti, ma su questi due autori e delle loro nuove opere proprio non potevo proprio tacere.

A loro appartengono due libri che si sono impressi nella mia memoria, libri che spero di  non dimenticare: “Ogni cosa è illuminata” di Safran Foer e “Tre cavalli” di Erri De Luca.

Forse quel che ho provato leggendoli mi guida adesso nella scelta di leggerli ancora, nuovamente.

Mentre aspetto il corriere per la consegna delle due nuove opere, riprendo in mano le vecchie e mi rimetto dentro allo stile dei due autori: Erri De Luca, capace di puntare all’essenza, diretto, stretto, senza mezze misure e Safran Foer capace di molti registri nello stesso tempo, di intrecci da farti impazzire, di personaggi dall’anima vasta e sconfinata.

Due scritture diverse, due autori che insieme completano il mio desiderio di perdermi nelle storie per provare a ritrovare qualcosa di me.

Leggere a settembre è cercare un prato, un albero di mandorle pronte da raccogliere, stendersi su una coperta con due libri per compagni, molto diversi e che per questo portano il mondo tutto vicino, quasi a portata di mano, e aspettare che venga l’autunno senza rimpianti per l’estate che se ne va.

 

 

 

“Molto forte, incredibilmente vicino”di Jonathan Safran Foer

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Un libro complesso. Una trama costruita e scomposta in mille pezzi, che solo con la pazienza di una parola dopo l’altra, una pagina alla volta, si ricompone. Non c’è da aver fretta nella lettura di questo romanzo che, dal basso della mia poca conoscenza del genere, io definirei un degno rappresentate del filone dei grandi romanzi americani.

Un bambino dei nostri giorni, a cui la vita lega una guerra vecchia e la nuova guerra contemporanea. Due tempi storici distanti eppure vicini. Oscar, il bambino, perde il padre nell’attacco delle torri gemelle, e coltiva il suo rapporto con il nonno, superstite della seconda guerra mondiale. Un segreto che deve essere svelato è al centro di tutta la storia.

Ho girato intorno a questo libro, ho cominciato a leggerlo non perché mi attraesse, anzi, mi sono sentita respinta spesso da queste pagine. Forse ho saputo apprezzarne meglio le virtù proprio per il fatto che è stato difficile all’inizio entrarci dentro.

Ma lo stile di questa scrittura attrae perché è capace di costruire immagini della realtà riconoscibili, quasi da sembrarti di averle vissute davvero. Forse proprio per il fatto che in qualche modo gli eventi di cui la storia racconta li abbiamo vissuti davvero o attraverso i libri di storia o attraverso i mass media per quel che riguarda il periodo più recente.

La storia di questo ragazzino alla ricerca di qualcosa di molto importante è un modo di vedere la vita come possibile concentrazione di tutto quello che in apparenza, solitamente, è lontano. Tutto quello che prima nemmeno immaginava, gli si fa prossimo, vicino, incredibilmente vicino. Forte è il richiamo delle cose che gli accadono, così forte che la vita ne è sconvolta. Quel bambino in ricerca è Oscar, ma gli somigliamo, ve ne accorgerete.

Un libro sul dolore, sulle cose sommerse che la forza della vita fa emergere, un libro sulla perdita e la conquista. Un libro che ha in se tanta vita.