…effettuare scoperte…

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Ogni volta che arrivo in fondo a queste parole, mi sembra di aver attraversato l’universo, l’universo che abita in un uomo, qualsiasi uomo non un uomo qualsiasi. Riflettevo su come spesso ci ritroviamo a fare scelte che già altri hanno fatto per noi, a volte ci va bene, altre volte l’insoddisfazione arriva in fretta. E percorriamo le stesse strade, gli stessi sentieri, ci vestiamo di abitudine perché “così si deve fare”.

L’inno alla vita che esplode in queste parole assomiglia al trillo di una sveglia, suona per svegliarci dai letarghi, dai timori che ci tengono chiusi in casa. “Effettuare scoperte”, ultimo verso, conclude e allo stesso momento apre le danze. Effettuare scoperte, un atteggiamento dell’anima.

Una delle poesie più belle che ho letto fino a qui.

 

Che lavoro fai?

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Mi confronto spesso con chi mi chiede “che lavoro fai?”.
Diventa difficile la risposta, perché a me sembra chiarissimo che faccio la scrittrice ma allo stesso modo so che è complicato spiegarlo alla gente, perché la gente ha bisogno di sapere che ti pagano, che lavori per qualcuno, che tiri avanti, che i conti tornano, e i conti invece non tornano quasi mai. A me spesso sembra di inventarmi un mestiere anche se poi è tutto fuorché un mestiere da inventare, perché scrivere è una cosa pratica fatta di cose reali, oggetti concreti: scrivania, penna, fogli, computer, libri. Tutto si tocca, tutto tranne la cosa più importante, la creatività, quella stessa creatività per cui alla fine, mettere il pane in tavola, diventa difficilissimo. Essere creativi corrisponde all’essere folli, incompresi, spesso scoglionati, illusi, esattamente come accade in tutti i mestieri del mondo. Folle è accettare di fare l’operaio, starsene in fabbrica per otto ore al giorno per creare un prodotto che magari nemmeno comprerai, come è folle decidere di sedersi ad un tavolo e raccontare storie che magari qualcuno leggerà ma non è detto. Io faccio la scrittrice, non mi invento un mestiere, mi invento magari occasioni per farlo, come il crowdfunding, o il corso di scrittura, o l’auto pubblicazione, o la venditrice di prodotti per la casa, o la blogger, o i premi letterari. Io non conto il mio lavoro in base a quanto guadagno, così diventa difficile, se uno mi fa la domanda a bruciapelo, dire il lavoro che faccio e aspettarmi che quella persona capisca. A volte non capisco nemmeno io. A volte scrivo e nessuno mi paga, a volte qualcuno decide di leggere quello che scrivo, di credere a quello che scrivo, di pagarmi. La strada è tutta in salita, ma come è bello camminare, vivere. Io ci provo. Io lo faccio.

Riflessioni ridicole sul mio mestiere.

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Un mestiere lo sceglie o si viene scelti? A questa domanda non ho trovato risposta. Da ormai quasi quattro anni mi interrogo in merito a questa questione, senza aver trovato una risposta che mi piaccia, che mi soddisfi. La differenza tra le due alternative è abissale: se un mestiere lo scegli, puoi anche decidere quando è ora di smetterlo, ma se è il mestiere che ti sceglie, allora non puoi decidere altro che come farlo, perché il resto è tutto un destino. La scrittura è di certo un mestiere, anche quando non ti assicura il pane in tavola, il successo, le copertine anzi, forse è proprio nel bisogno che lo diventa di più, un mestiere in cui imparare e farsi strada, in cui mettersi in gioco, sudare, avere voglia di sfidarsi, cambiare, evolvere, venire fuori, affrontare limiti, incapacità, paure. Io ho affrontato una fase lunghissima di negazione…negavo a me stessa e al mondo intorno di voler scrivere. E’ stato un periodo lungo, difficile, di nascondimento, in tanti si accorgevano del mio malessere, in pochi avevano il coraggio di affrontare la questione. Ma alla fine del buio, della solitudine, della chiusura, la vita mi ha concesso di cambiare, a pensarci bene tutto quello che mi è capitato mi ha portato esattamente al punto in cui dovevo essere: davanti a un foglio, con una penna in mano, su una scrivania dove c’era da sempre appoggiata la mia macchina da scrivere. Mi sembrò di non avere più via di scampo. Sono passata per un sacco di fallimenti, ho avuto voglia di mollare, di smettere, di tornare indietro e non credere più a quello che sentivo bruciare dentro. I fallimenti, i no, sono passaggi a cui non mi abituo, ma che forgiano quello che sono e quello che faccio. Ho scritto tanto in questi quattro anni, cambiando forme di scrittura, passando dai racconti brevi ai romanzi, fino ad arrivare al taglio giornalistico. Ho partecipato a concorsi letterari, inventato un modo per farmi leggere nella mia città, ho provato a creare un progetto di scrittura per persone che, come me, possono scoprire nello scrivere una maniera di costruire e ricostruire, di curare e guarire o semplicemente di attraversarsi e conoscere qualcosa in più di se stessi. La scrittura è un mestiere, serve un laboratorio, servono strumenti, serve conoscere tecniche, imparale, ma soprattutto occorre l’estro, l’ingegno, vivere e magari avere voglia di raccontarla, la vita, raccontare quello che su di lei sogniamo, azzecchiamo, sbagliamo, perdiamo, conquistiamo, lottiamo, rinunciamo.