I regali, quelli belli.

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La gardenia ha aperto proprio oggi il suo primo fiore. Il rito di ogni anno, in questa occasione, è rileggere il brano del libro “Incontro d’amore in un paese in guerra”, per ricordare che il mio fiore preferito è protagonista di uno dei racconti per me piu belli. Lo ripropongo, oggi che è il mio compleanno, tra auguri ricevuti e altri attesi e non ancpra arrivati, o che forse mai arriveranno. Sento che delle ferite di tanta dimenticanza però avra cura questo fiore, così opportuno e così speciale da farmi sorriderr come fossi ancora una bambina. I regali, quelli belli… un fiore, un libro, qualche parola vera. Sono sicura che a chi mi segue qui faro un regalo gradito riproponendo il racconto di Sepulveda. Buona lettura:

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perchè sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono. Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici. Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola. Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta. Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità. Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse. Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo. In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta. Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”

L. Sepulveda, Lassù qualcuno aspetta delle gardenie.

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La fatica dei colori

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1487 km tra Roma e Cinisi. Una lunga strada che, dal 9 maggio 1978 si è fatta di pochi centimetri, quelli che bastano ad unire sui giornali, in tv, nelle pagine web,  nei ricordi e nella memoria della gente, le vite di questi due uomini. Sì, non ho detto le morti, ma ho scritto “le vite di questi due uomini” perché la morte è solo un istante, un momento, un passaggio della loro vita. E le loro vite sono profondamente diverse, così come le maniere di ricordarli sono diverse. Ma c’è un’unica radice da cui sono nati l’uno e l’altro: l’impegno verso il proprio paese, declinato in tante forme.

E gli uomini hanno un destino, misto di fatalità e di scelte precise, incrocio di strade evitate e di altre strade imboccate. Cento passi di Peppino, 55 giorni di Moro, misura e tempo che vanno a coincidere in un giorno di maggio, un giorno che per me, nata nel 1981, è in bianco e nero. Nelle foto dei loro volti, di quelle giornate, dei pezzi di vita che ho cercato con curiosità,  ho trovato il bianco e il nero, nessun altro colore. Gli anni di piombo sono in bianco e nero per chi, come me, non li ha vissuti. Il tempo è passato, quarant’anni non sono pochi, anche se a sentire mia madre e mio padre sono volati in un soffio (e più passa il tempo più sento anche io che tutto è tremendamente veloce). E il tempo si è portato via i colori, lasciando solo sfumature di grigio. Non sono solo le foto, i frammenti di quelle particolari storie, ad essere in bianco e nero. Ma io credo che dovremmo cercare i colori in queste due storie che si intrecciano perché appartengono allo stesso tempo, allo stesso paese, alla stessa storia, la nostra. E cercarne i colori, è imparare nuovamente a vedere i colori. Perché i colori rendono giustizia in ogni memoria, fissano meglio le immagini, lasciano impressioni:  il bianco e nero dell’inchiostro sul foglio delle parole scritte di Moro, il rosso del suo sangue e di quello degli uomini della sua scorta, ad esempio, o il verde e il marrone della terra, quella per cui Peppino si batteva. I colori dei vestiti della gente, della folla che si mosse come impazzita in via Caetani, e pure a Cinisi, dove ogni 9 maggio ci si continua ad incontrare. I colori renderebbero più vive le foto, servirebbero. Quando ricordiamo, cerchiamo i colori, qualsiasi colore e sfumatura. Perché 40 anni fa il loro sangue è scorso e scorre ancora, per renderci più vivi e dovremmo imparare a riconoscerlo, dovremmo rimanerne impressionati. Noi a loro dobbiamo una memoria a colori, vivace, viva, che serva per fare passi in avanti, per colorare la nostra vita, quella delle istituzioni in questo paese stanco e abituato al gretto compromesso.

La fatica dei colori, per rendere giustizia alle storie di due uomini relegati al bianco e nero e pure alla nostra storia.

Scrivo questo perché io mi chiedo come sia possibile vivere in un mondo in bianco e nero. Un paese in cui il grande fratello batte nell’auditel la prima serata dedicata a Aldo Moro è un paese in bianco e nero. E come è possibile vivere in un paese in cui le parole di Peppino Impastato fanno anche oggi meno rumore di quelle di un tweet di un qualsiasi politicante? Mi chiedo come sia possibile accettare di vivere in un paese senza impegno, senza fatica, in cui si è passati dalla bellezza dei colori alla noia del bianco e nero.

Abbiamo bisogno di immaginare i colori. Abbiamo bisogno che Aldo Moro e Peppino Impastato ritrovino i loro colori. E tramandarli, colorarci tutto, raccontarli, farli conoscere. Scavare, leggere le loro parole, perché in quelle è il vero colore. Nelle loro storie le parole è arrivato fino a noi il fondamento di atti di coraggio invidiabili, di cui è facile provare nostalgia, visto i tempi magri in cui viviamo.

Scrivo mentre mi arriva la notizia della morte di un ragazzo, operaio di 19 anni alla Fincantieri di Monfalcone, schiacciato da un blocco di cemento. La strada tra Cinisi e Roma si allunga, arriva in un istante a Monfalcone.

“Niente di quel che è umano ci può essere estraneo.” Aldo Moro.

“Nessuno ci vendicherà; la nostra pena non ha testimoni.” Peppino Impastato.

Sono due frasi che sembrano opposte, eppure lette insieme si appoggiano, si danno forza, si spiegano.

Le parole di Aldo Moro e Peppino Impastato sono piene di  dolore, tenerezza, disperazione, speranza e risuonano fino a lì, fin dentro a quel cantiere e anche in ogni altro luogo in cui c’è bisogno di rivendicare un diritto, di riconoscerlo. Scuotono le nostre coscienze. Dal bianco e nero ai colori per svegliarci dal sonno, dal sogno, per radicarci un po’ di più, grazie all’esempio di altri uomini, nella realtà.

 

Ermanno Olmi, memorie accese, vite in vita.

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“Potrei sopravvivere alla scomparsa di tutte le cattedrali del mondo, non potrei mai sopravvivere alla scomparsa del bosco che vedo ogni mattina dalla mia finestra.” Sono parole di Ermanno Olmi che oggi ho ritrovato scritte su un’agenda. Alla notizia della sua morte, ho pensato subito a queste sue parole e soprattutto al suo film “L’albero degli zoccoli”, che guardai perché incuriosita dal titolo.
Mia nonna mi raccontava sempre che, per andare a scuola, i suoi genitori le fecero un paio di zoccoli, ma per non consumarli li teneva in mano per tutto il tragitto, da casa. Erano zoccoli di legno, li teneva come scarpette di cristallo. Era una bambina, veniva dai monti, dove faceva freddo e nevicava, era povera come tanti figli di contadini, più dei libri frequentava i campi e i pascoli, ma più del lavoro amava i libri. Io ho bevuto i suoi racconti, me ne sono nutrita e quegli zoccoli sono diventati un oggetto che apparteneva pure a me che non li ho mai visti, mai portati. Poi la vita le ha fatto trovare scarpe più comode e calde, ma l’immagine degli zoccoli è rimasta in lei e è arrivata fino a me, come un’eredità. Mia nonna oggi avrà incontrato Ermanno, forse, e gli avrà detto che la vita narrata nel suo film lei l’ha conosciuta davvero. Molto del mondo da cui vengo, Ermanno Olmi lo ha raccolto, per me e per chi come me sente di venire da lì, dai contadini, dalla terra, dal sudore dei lavori agricoli. Il nostro paese dovrebbe essere riconoscente a questo grande maestro. Prendere, guardare, ascoltare. Una radice profonda, un canto antico, il dialetto, la semplicità di qualcosa che segna l’anima, che insegna a conservare, a mantenere memorie accese, e vite in vita. Zoccoli da un albero. Sembra niente e invece è storia, la mia, di tanti.

Libri, letture e fotografie. Sono tornata.

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Sono qui, stasera, dopo tanto tempo, tutto quello che mi è servito a capire se questo blog è il luogo che avevo davvero immaginato e voluto per la mia scrittura. Mi sono guardata indietro e pure un po’ dentro. Non tutto quel che ho scritto qui mi piace, ma è il mio posto, quello di cui ho sentito la mancanza e al quale adesso, stasera, faccio ritorno. Il mio posto in questo grande, immenso mondo fatto di storie e scritture on-line.

Torno scrivendo di un libro, uno di quelli che sono stati e sono importanti per me. Allora comincio.

Un po’ di tempo fa abbiamo cominciato a fotografare libri.
Io ho iniziato quando la condivisione sui social mi ha fatto sentire che era possibile parlare liberamente delle mie letture non solo a qualche amico o amica, ma anche a persone più lontane da me. Non so perché questa spinta, non me lo chiedo, mi piace semplicemente raccontare quello che un libro mi ha fatto vivere. Se scavo nella memoria trovo tanti libri importanti per me, di cui mi piacerebbe saper esprimere a parole l’altezza a cui mi hanno condotta, l’altezza delle storie che raccontano, l’altezza di certi personaggi, di certe scritture. Chiedi alla polvere di John Fante, è diventato uno dei libri che amo fotografare per attaccarci poi qualche pensiero mio, poco legato allo stile, più intriso di emozioni e impressioni.
Un libro che ho avuto voglia di finire lentamente. Volevo il tempo di imparare e fissare qualche passaggio, restare nell’atmosfera, trovare spazio per l’immagine di quello scrittore che ad un certo punto dice: Dovevo scrivere una storia d’amore, imparare cos’era la vita!
Ecco sì, ho avuto bisogno di masticare e ingoiarmi i singoli pensieri, i desideri di Arturo Bandini.
Mi è venuta voglia di rileggerlo, con lo stesso passo lento di sempre, come a volermici spalmare un po’, come a volerci combaciare con Arturo, con lo scrittore che cerca il modo di trovare vita per sè. E come fa lui, tra la polvere, nel deserto, tutto quello che sembra morirci dentro, sotto, in mezzo, tirarlo via, provare a salvarlo, inseguirlo quando sfugge. Bandini scrive, sogna, muore un po’ tra quella polvere, come tutti, come tutto, appare ingenuo fino all’illusione, ma diventa quasi amico. Viene voglia di chiamarlo, al telefono, condividerci la gratitudine per il suo viaggio, che diventa il viaggio di ogni lettore che a questo libro si avvicinerà.
Il lontano si fa vicino, una foto non è mai solo una foto e un libro, quando è un bel libro, è una grande avventura da raccontare.

Scatti e pezzi di storie.

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“Come ogni sabato, aveva aspettato l’ora in cui, sulla facciata della Collegiata di San Leonardo, poteva distinguersi netta la linea d’ombra.
Ninì era felice. In piazza due bambini giocavano a rincorrersi, li sentiva gridarsi addosso. E il fumo dei camini accesi nelle poche case abitate, aveva riempito l’aria. Lo respirava e sapeva che c’era chi, davanti al fuoco, si sapeva felice come lei. Pensò che non le era mai bastato poco. Al “basta poco” non aveva mai creduto. Quel momento era tutto. La linea d’ombra, i bambini, un paese a cui tornare. La sua vita.”

 

Davanti all’ultima puntata di Dawson’s Creek.

 

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Oggi, come tante altre volte, davanti all’ultima puntata di Dawson’s Creek, penso a quanto sia stato importante aver visto questa serie. Soprattutto oggi, dopo tanto tempo, tanta vita, sento che è stato importante questo ultimo episodio. Il cerchio sembra chiudersi, tutto torna, o forse semplicemente niente si chiude e il risultato della storia non è perfetto, esattamente come accade nella vita. C’è da fare i conti con la vita e scopriamo che i conti non tornano quasi mai. Il dolore, la gioia, il ritrovarsi che vuol dire essersi allontanati: tutto questo è la nostra storia personale che si intreccia con le altre storie. E arriva il momento in cui c’è da scegliere, da scegliersi e non lo si fa quasi mai seguendo le regole. Niente torna, tutto però si compie qui, come altrove e crescono loro, vanno avanti loro come spesso abbiamo fatto noi nella realtà. Ci siamo anche noi accorti che tutto quello che pensavamo perduto è invece seminato nel cuore e al momento opportuno fiorirà. Ci riabbracceremo e ci ameremo ancora con chi desideriamo oltre gli impedimenti del destino, sentiremo di appartenere dopo aver viaggiato lontani e lontano. L’amicizia e l’amore, a cui la vita deve tutto, quando la vita si stringe ci rendono liberi davvero. Sono l’amore e l’amicizia a salvarci, a liberarci. Non le regole con cui vestiamo questi due sentimenti, ma la loro essenza pura e istintiva. Siamo chi siamo, e staremo con chi abbiamo intessuto la rete di bene e amore più autentica che si possa immaginare. Non è un conto che torna, è una promessa che si compie, perché è più forte di tutto.

Lincoln nel Bardo, di George Saunders

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Stavolta è più difficile del solito scrivere qualcosa di questo libro. Difficile è spiegare che l’anima, tra queste pagine, si perde. Ho pianto in passaggi di pura poesia.

I libri sono passaggi, viaggi da una terra a un’altra, da un’anima all’altra.

Non dobbiamo parlare di libri, dobbiamo leggerli e lasciarci portare.

 

Novembre

 

Novembre è arrivato. Me lo ha detto stamattina il solito albero, spogliato e abbracciato da nebbia e freddo.

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Quanto tempo ho passato a scrivere sotto la sua chioma in estate! Quanto tempo è passato dall’ultima volta che mi sono seduta lì sotto! Ho riempito pagine, quaderni, a volte penso sia stato tutto inutile, se lo misuro col metro di giudizio solito, basato su soldi e carriera. Tutto inutile, poca capacità di finalizzare in un mondo in cui il fine è tutto quello che conta. L’albero solitario e spoglio, nascosto dalla nebbia, sta crescendo, nonostante sembri inutile la sua presenza, lui cresce e si ancora al suolo, allunga i rami, si allarga.
Tornando a casa ho chiamato un’amica, gli ho detto che mi piacerebbe in una delle prossime sere organizzare un incontro di scrittura, che abbia per tema “L’albero”, invitare gente, sederci insieme come sotto a un albero. “Ci sarò” ha risposto. Le parole mi hanno portata qui, al punto in cui non mi importa sapere il fine, mi importa di più il “durante”, la strada, la crescita di un seme che da qualche anno curo. Le parole. Ogni incontro. Cura e crescita anche quando fitta è la nebbia intorno.

Oh, Vita!

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Questa foto racconta di un sogno, molto lontano da me. Però i sogni son così leggeri che si spostano in fretta, come fanno le nuvole, veloci da un cielo all’altro, si avvicinano e si mescolano. Anche se sono di altri, possono contagiarci, accenderci. La musica di @lorenzojova ha fatto da colonna sonora a molta parte della mia vita e soprattutto ha soffiato sul fuoco di questo mio sogno strampalato che a piccoli passi tento di far diventare realtà. Sarà che da due giorni ho spedito il mio secondo manoscritto, e averlo scritto è stato vivere molta vita e molti desideri, sarà che un’ora fa ho sentito quel ritornello arrivarmi diretto e semplice “ma come posso io non celebrarti vita, oh vita! Oh, vita!”, saranno un milione di altri motivi, ma sento che sono in questo fiume che è la vita, mi godo la voglia di nuotare un po’ controcorrente e un po’ lasciarmi cullare. Celebrare la vita forse è questo, celebrarla per mostrarle gratitudine, accettando il rischio del viaggio, dell’incontro, della contaminazione, del cambiamento.

“Uno schiocco di dita” in finale!!!

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La strada continua, e tra meno di un mese sapremo chi vincerà il concorso ilmioesordio2017. Sono felice, comunque andrà io so che questa storia mi ha regalato tante emozioni e soprattutto la voglia di continuare a scrivere e a credere che tutto è davvero possibile. Vi lascio qui un pezzo del primo capitolo. Potrete andare su http://www.ilmiolibro.it per sostenere la storia, lasciare un commento sulla pagina dedicata. Grazie a tutte le persone che mi hanno accompagnata e mi sono vicine in questa avventura!

“Il foglio di carta leggerissima, quasi trasparente, scivolò dal libro e volò come fosse una piuma, fino a toccare il pavimento. C’era una scritta, un po’ sbiadita, ma ancora leggibile. La grafia era inconfondibile, un corsivo piccolo, stretto, che riconobbi subito. Lo raccolsi, e tenendolo tra le dita mi accorsi che stavo tremando. Quello era il libro che Luca mi aveva lasciato al nostro ultimo incontro e che non avevo ancora aperto. Erano passati poco più di due mesi dalla sua partenza e stavo finendo di svuotare alcuni scatoloni appoggiati in soffitta. Tiravo fuori cose messe dentro alla rinfusa durante il trasloco. Nella fretta di venir via dall’appartamento dei miei e trasferirmi nella vecchia casa dei nonni mi sembrò più semplice ammucchiare senza un ordine preciso e mi ritrovai con una soffitta da svuotare e una casa intera da riordinare. Avevo trovato di tutto, foto, vecchie musicassette ormai diventate inascoltabili, perché superate dalle nuove tecnologie, diari di scuola, libri. Li sistemavo sulle mensole e tra i tanti spuntò il libro di Luca. Rivedere la copertina me lo fece ricordare. Lo avevo rimosso in una sorta di amnesia da autodifesa per non ripensare all’ultima volta che l’avevo visto. “Seta” era il titolo stampato in copertina. Ingiallito, con le pagine rigide, ispessite dal tempo. Chissà dove l’aveva preso! Magari in una delle bancarelle dell’usato al mercatino dell’antiquariato. Non avevo intenzione di leggerlo, ma lo aprii per sfogliarlo velocemente e spuntò il foglietto, leggerissimo, quasi trasparente, scritto in corsivo, una grafia piccola di lettere allungate, la sua:

“Ci siamo amati, lo so, anche se non ce lo siamo detti. Ci ameremo ancora, mai completamente. Non esiste un amore completo, non esiste per me e per te. Parto senza avere il coraggio di affrontarti. Ho bisogno di una vita nuova, senza di te. Se vorrai cercarmi potrai farlo, chiedi il numero e l’indirizzo ai miei. Perdonami.”

Quelle parole si scagliarono su di me come frecce. Rimisi il foglietto nel libro, in fretta, per farlo sparire, per non cedere alla tentazione di leggerlo ancora. Le sue parole altro non erano che bugie cucite su misura per salvarsi la faccia e io non volevo più sentirle, non volevo più pensarci. Ma cacciarle via fu praticamente inutile, ero più fragile di quanto volessi ammettere. Così, sedendomi davanti alla piccola finestra della soffitta, ripensai al nostro ultimo incontro. Ricordo ancora quel momento nei minimi dettagli, si ricorda alla perfezione un’ultima volta.

Un vento improvviso si alzò e nuvole grigie si affacciarono all’orizzonte, annunciando un temporale, uno di quelli che si preparano in poco tempo, minacciosi e frequenti in estate, da queste parti. Si avvertiva già il profumo di terra bagnata, forse uno degli odori più buoni che si possano sentire, anche se la pioggia era ancora lontana.

L’orologio sulla parete mi ricordava che avrei fatto tardi anche quella sera. Da qualche mese, al lavoro, finire abbondantemente oltre l’orario di chiusura era diventata una consuetudine. Erano già le cinque e niente in quella giornata era andato per il verso giusto. Il cellulare prese a squillare, lo cercai nell’ammasso di fogli accatastati sulla scrivania, lasciai perdere per un attimo i biglietti di auguri ancora da scrivere e i mazzi di fiori da consegnare.

– Pronto.

– Marta, sono io. Posso passare da te? È questione di un minuto.

– Ho mille cose da fare, adesso non ho proprio tempo. Possiamo fare stasera?

– Ti prego. Ci vorrà pochissimo, promesso!

Ogni volta che Luca chiamava io correvo. Non riuscivo mai a dirgli di no e a maggior ragione in quell’occasione, dopo averlo sentito trafelato, ansioso. Il tono della sua voce era strano, avevo riconosciuto nella sua richiesta una supplica che mi allarmò. M’aveva detto poche parole, ma lo conoscevo abbastanza da sentire quando qualcosa non andava, così nonostante la fretta in cui la giornata era precipitata, scelsi di fare una pausa.

– Vengo io, ci vediamo al solito posto tra un quarto d’ora.

Davanti al portone della chiesa non c’era. Fremevo per la curiosità di sapere il motivo di tanta urgenza. Arrivò in bici, sembrava agitato, pensai che avesse fretta come me. Indossava una maglietta rossa e un paio di jeans scoloriti, sulle spalle il solito zaino giallo e blu. Non scese, restò fermo con un piede sul pedale e l’altro appoggiato a terra. Quando capii il motivo dell’appuntamento, rimasi spiazzata.

– Non leggerlo subito, puoi tenerlo, non preoccuparti.

Cercò nel suo zaino e tirò fuori un libro. Lo presi in mano, non volevo discutere e non protestai davanti a quella che mi sembrò la cosa meno importante e più stupida del mondo. Ero corsa da lui solo perché voleva consegnarmi un libro. Ero corsa lì solo per soddisfare un suo capriccio. Con un tono scocciato mi preparai a tornare al lavoro:

– Svelto dai, tra poco pioverà. Ci vediamo stasera, andiamo con gli altri a prenderci un gelato ok?

Non aspettai che mi rispondesse. Feci per andarmene, mi voltai giusto un attimo per ringraziarlo del libro. Queste sono state le mie ultime parole per lui. Non aggiunsi altro e me ne andai. Era una cosa seria, ma non potevo saperlo. Se avessi aperto il libro avrei capito. Era davanti a me la verità, tutta scritta nei suoi occhi schivi. Non mi aveva guardata in faccia nemmeno per un momento. Nel suo sguardo c’era già tutto.”

“Uno schiocco di dita”, su http://www.ilmiolibro.it.