“Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy

Ho appena finito il viaggio tra queste pagine. Provo a scrivere qualche pensiero perché questo è uno dei libri più belli che io abbia letto.
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Il Texas, il Messico, la frontiera in sella a un cavallo. Il tempo che questa scrittura scandisce è lento. La storia è tutta un susseguirsi di piccole cose viste al dettaglio, minuziosamente descritte. L’America dei grandi spazi diventa lo sfondo ideale per le vicende di uomini leggendari non perché compiono imprese straordinarie, ma per i loro destini che incrociano il dolore, la solitudine, la meraviglia di scoprirsi vivi.

Tutto si muove su un piano leggermente inclinato e i personaggi scivolano verso una terra nuova, verso la conquista di uno spazio fatto di cielo, stelle, vento, ranch, pure un bordello in cui incontrare una ragazza che somiglia a una rosa in mezzo al deserto.

In questa trilogia, McCarthy mescola carezze e schiaffi, un po’ come fa un padre che vuol condurre i propri figli a un orizzonte di saggezza e coscienza.
Dopo un libro così si ha nostalgia di tutto. Dopo un libro così si può pure piangere, come si fa alla fine di qualcosa di davvero importante.

Non so consigliare libri, elencare i motivi per cui dovreste leggere un libro. Io so solo che queste mille e più pagine sono entrate una per una nella mia anima e vorrei che entrassero pure nella vostra.

Solo un fiore non è.

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Oggi ho pubblicato questa foto tra le mie storie di Instangram. È il primo fiore della mia gardenia. Ci ho scritto che questo fiore bellissimo mi ha fatto ripensare subito a un racconto di Sepulveda. In tanti poi mi hanno scritto di quale racconto stessi parlando. Lo metto qui, di seguito, tutto intero. Guanda ha raccolto i racconti di questo scrittore, nostro  contemporaneo eppure fuori dal nostro tempo. Dico questo perché, ad esempio in questo racconto, accade quel che più non accade nei libri, soprattutto quelli d’amore rivolti a lettori giovani. Accade che si resta sospesi, che niente si consuma. Ma è così che le emozioni si innalzano, esplodono, si generano sul serio. Leggendo questo racconto, a me ogni volta parte il cuore, sembra voglia esplodere. Eccolo qui, spero giri il più possibile, spero arrivi a quanta più gente possibile. Invoglia alla lettura, alla vita, vedrete, è davvero così.

“Lassù qualcuno aspetta delle gardenie” di L. Sepulveda.

“Sono davanti alla tua porta, vestito in modo impeccabile e con un mazzo di gardenie in mano. Ho intenzione di suonare, di attendere qualche secondo per vedere apparire la tua testa nella cornice della porta d’ingresso con un’espressione di cinica sorpresa, perché sappiamo entrambi che mi stai aspettando. Ho intenzione di entrare, buonasera, come stai, fare il primo passo, il tappeto bianco, la poltrona, un caffè, sigarette turche sul tavolo, lodi per il buon gusto nella scelta dei portacenere e delle abominevoli riproduzioni di Picasso.  C’è qualcosa di marziale nel gesto di cercare con l’indice il pulsante nero del campanello, di entrare in contatto con la superficie di bachelite, di premere con una certa sensualità per poi rendersi conto che non si sente alcun suono.

Il dito ripete l’operazione un po’ più velocemente, stavolta preme con maggiore forza il campanello, lo tiene schiacciato per qualche secondo, ma non si ode nulla. Deduzione immediata: paranoia dei fili elettrici.
Allora indietreggio venti centimetri, mi aggiusto il nodo della cravatta, controllo la simmetria del mazzo di gardenie che iniziano già a dar mostra di instabilità all’interno del loro involucro, e piego le dita della mano destra con un movimento che comincia dalle prime falangi, finchè la mano non adotta una volenterosa posizione a chiocciola.
Prendo la rincorsa, o meglio la mia mano indietreggia fino a restare paralizzata da una specie di muraglia d’aria che le impedisce un maggior spostamento, e poi si appresta a colpire la superficie della porta.
Quando la mano è a pochissimi millimetri, si blocca, e allora io penso a tutte le possibilità.
Può darsi che il rumore imprevisto, toc toc, ti causi un improvviso spavento. La terribile sensazione di pensare a un ospite inatteso, di intuire l’arrivo di un ricordo sepolto già da molto tempo, e la possibilità che tu lasci cadere il vaso di cristallo che sicuramente hai in mano aspettando l’arrivo delle gardenie promesse.
Può anche darsi che la mia mano acquisti una forza infinita e che al secondo toc sfondi la porta con il conseguente rumore di schegge di legno sul linoleum, o semplicemente che a causa di manchevolezze dell’impresa edile la porta crolli giù fra le recriminazioni dei tuoi vicini, che a quel punto uscirebbero nel corridoio, nei loro bei pigiami, e imprecando mi ricorderebbero che questa è un’ora di decoroso riposo.
In mezzo a tanti cavilli la mia mano trema, è scossa dall’incertezza, mi sembra di intuire nel polso una specie di rictus di spavento che in fondo è anche autocompassione, perchè questo mi accade ogni volta che tento di suonare alla tua porta.
Così le gardenie invecchiano in pochi secondi nel loro involucro trasparente, e quando varco la soglia dell’edificio, quella bocca che mi risputa nell’umida solitudine della strada, e mi avvio con la testa sprofondata tra le spalle provando ancora una volta la vergogna della sconfitta, posso sentire chiaramente, lassù, il tuo pianto per le gardenie assenti.”

Mi fermo in biblioteca, poi passo in libreria.

Il rifugio che preferisco è la biblioteca. Libri gratuiti, storie a non finire. Ultime uscite, vecchie edizioni di titoli che hanno reso la letteratura una fonte inesauribile di immaginazione. Scelgo i titoli, li porto a casa per qualche giorno, li leggo. Sono libri presi in prestito, sono stati in altre stanze, hanno pagine sfogliate da altre mani che le hanno segnate, piegate, sgualcite. La mia lettura si unisce a quella di chi come me, in tempi diversi, ha affrontato l’avventura, la scoperta delle storie. E quando li riporto indietro, il filo non si interrompe, il tempo della scoperta continua, passa da me al prossimo lettore. Da ragazzina non avevo mai a disposizione tutti i soldi che mi sarebbero serviti per poter comprare i libri che volevo, così la biblioteca mi era utile.

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Continua ad essere utile oggi, perché non posso comperare subito tutti i libri che vorrei e allora li aspetto così, prendendoli in biblioteca, leggendoli prima di comprarli.  Dalla biblioteca passo alla libreria. Amo avere per me i libri, che accetto di prestare solo se mi fido ciecamente di chi me li chiede. Nasce tutto in biblioteca, ma niente si ferma lì. Mi piace poter acquistare un libro già letto, rendergli onore comprandolo. I libri aspettano di essere letti e di essere scelti, comprati, aspettano il lettore sugli scaffali delle biblioteche o delle librerie. Aspettano le nostre voglie, le nostre possibilità, intendono comunque arricchirci. Libri in prestito e di tutti fin da subito, libri comprati e nostri quando entrano in casa. Dalla biblioteca alla libreria la strada è breve e sarebbe bello fosse sempre più transitata.

Nella foto trovate l’androne della Biblioteca Sperelliana di Gubbio.

Tutto in un biglietto.

 

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Sono timida e molte delle cose che vorrei dire, non riesco a dirle. Così le scrivo, su biglietti che consegno.

Forse tutta la mia scrittura è questo: un modo per dire cose che non saprei dire altrimenti. Ho scritto qualche racconto che poi ho raccolto in un ebook. È gratuito, sono storie libere, che se vorrete leggere potrete scaricare da Amazon. Sono tutti racconti con cui ho voluto dire qualcosa prima di tutti a me, ma non solo a me. Forse ve ne accorgerete.

Non so se ho fatto la scelta giusta a metterli lì, gratuiti, nascosti e confondibili tra la miriade di altri titoli che affollano gli store online. Ma non scrivo per fare poi la scelta giusta, non scrivo per essere letta, scrivo per dire qualcosa con la speranza che qualcuno ascolti. E si, c’è sempre qualcuno in particolare che vorrei ascoltasse, che vorrei leggesse. Come quando davanti a una platea estesa, l’attore cerca e trova gli unici due occhi in cui fissare i suoi, cerco anche io quei due occhi a cui dire: ho scritto, ecco, volevo dirti questo, non te l’ho detto in tempo, ma adesso lo sai.

Scrivere messaggi e metterli nelle storie. Lasciarle andare. Questo non so se sia giusto o sbagliato, ma è la mia scelta, il mio desiderio, il sogno che mi fa felice. Ho augurato la felicità ad un’amica in un biglietto. Ora la auguro pure a me. Spero in quei racconti, cercateli, li troverete e magari ci riconoscerete un passo verso la felicità.

A Michele

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Il ciclismo non manca di scorrettezze, di scandali, è uno sport fatto dagli uomini e gli uomini non smentiscono la loro natura. Ma il ciclismo è soprattutto pedalare, fare fatica, condividerla e arrivare oltre un traguardo, farlo non solo in gara. 
Tante immagini sono rimaste nella storia, belle perché immortalano gesti e gesta indimenticabili. Questa mi riporta il senso di un’anima divisa in due, anima vincente e gregaria, che stabilisce la giusta natura delle cose in una gara e una tappa onorate dal passaggio di due grandi. Michele resterà, per me che lo conoscevo solo per la sua passione diventata ben presto il suo lavoro, soprattutto in questa foto, in quelle di quel podio.
Come tutti i grandi sapeva prendersi poco sul serio e nelle piccole questioni quotidiane ha saputo diventare straordinario per tanti appassionati di ciclismo. Era vicino, potevi beccarlo in giro per le colline marchigiane, umbre, le colline di casa. Come Pantani, col suo Carpegna. Come il Sic e i suoi motori a Coriano. Vicini, quasi condividessero lo stesso sangue pazzo, gli stessi modi in cui la vita cresce nutrita della bellezza del mare e della terra. Pianura, salita. Velocità, concentrazione. Appartenenza, lontananza contata in chilometri. Fatica, libertà. Visione di orizzonti che si allontanano ogni volta che pensi di raggiungerli, condivisione di allegria pura per esserci riusciti solo e meglio insieme.
Mancherà Michele, il suo sorriso capace di rompere la durezza dei suoi spigoli, un sorriso grasso che si apriva sincero sul suo viso magro.
Il ciclismo è ancora più grande, i suoi sacrifici hanno compiuto l’impresa di allargarci il cuore e farci amare ancora di più questo sport, senza dubbi, senza rimpianti.

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Letto in poco meno di una settimana, un poco per sera, prima di dormire. Ma il sonno, una storia così, te lo toglie. Perché questa storia, di un padre e di una figlia, viene a pungolare la coscienza. In Giosuè e Lulù ho finito per ritrovare qualcosa di me e delle mie distanze, delle mie questioni complicate, delle mie attese verso il mondo e i rapporti con chi lo abita. Una storia di vita, sulla vita, quindi dalla vicenda che racconta finisci per passare lo sguardo su quel che hai addosso, sulla tua vita che, in certe cose, somiglia a tutte le vite intorno. Nella scrittura di Carmen ho finito per trovare me. Non chiedo altro a un libro che questo: fammi pure andare lontano, portami dove vuoi, ma fammi tornare, lascia che torni a guardarmi, a conoscermi un poco più di prima.

Così, per la seconda volta, perché così già mi era successo con la sua prima storia “Cade la terra”, mi sono potuta mettere in cammino.

Ultimo, non meno importante, è il pensiero che non esistono libri, ma esistono storie. Le storie finiscono nei libri, così più facilmente raggiungono un lettore, ma io sono certa che certe storie raggiungerebbero comunque un lettore. Non chiedetemi come e perché ho pensato questo, ma in questa scrittura che racconta di lettere consegnate a un fiume, ho sentito la speranza più grande che ho, quella di poter essere raggiunta dalle storie, quelle dei libri, quelle scritte sui muri, nei fiumi, sulle pietre, sugli alberi, nel mare, tra le nuvole e in un tramonto, tra le vie delle città.

“RACCONTI” di Chiara Pellegrini

Ho scritto dieci 11216271_10205187234693681_1164325185_n.jpgracconti brevi, li ho messi insieme e ne è uscito un ebook.

Gratuito, in download su Amazon e altri store.

Il cuore di ogni racconto è un incontro, non solo quello che accade ad un certo punto della vita tra persone.

Ora, il perché io li abbia scritti, raccolti e pubblicati, ha molto a che fare non tanto con il sogno di diventare una scrittrice, piuttosto con il desideri che questi racconti se ne vadano in giro, vengano letti e magari qualcuno decida pure di commentarli. Cerco il contatto e in quel contatto vorrei poi sentirci la spinta verso le cose nuove, verso le nuove storie che sono in giro  aspettano solo che qualcuno le racconti.

L’immagine in copertina è un disegno che mi è stato regalato. Una finestra da cui una ragazza guarda il mondo, e magari cerca proprio quelle storie ancora da raccontare. Ho somigliato e somiglio ancora all’immagine. Ho avuto la mia finestra da cui mi lasciavo sorprendere da chi stava fuori. Poi sono uscita anche io, ora sono in giro, ma nel cuore quella finestra rimane, aperta, col cielo nella stanza e i fiori appesi alla ringhiera del terrazzo su cui la finestra si apriva. Era la mia stanza, il mio terrazzo, la mia finestra e da questi posti sono venuti fuori le dieci storie che potrete leggere.

Mandarle in giro è un modo per chiudere quel cerchio, per guardare avanti, da nuove finestre, per percorrere strade nuove.

Dieci storie scritte, tante ancora da scriverne.

 

 

Essere vicini

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Giovanni Cupidi per me è come un fratello. Strano, perché non lo conosco, non gli ho stretto mai la mano, non l’ho nemmeno mai visto passare per strada. Ma io lo sento davvero come un fratello. Sta combattendo una grande battaglia, non solo per se. Le grandi battaglie nascono nell’intimo di un’anima ma non si combattono solo per se stessi. Giovanni è tetraplegico, ha un profilo Facebook su cui scrive, tenendo aggiornato chiunque voglia capire qualcosa su quello che fa e perché lo fa.

Vive in Sicilia, si batte per l’assistenza domiciliare di cui lui e tanti altri hanno bisogno, un’ assistenza che non c’è.

Giovanni non è un eroe dei nostri giorni, è solo un uomo capace di muoversi (uso non a caso questo verbo) e far muovere altre coscienze sulla strada della civiltà, dei diritti per tutti, delle questioni che vanno sempre difese senza mai abbassare la guardia.

Essere vicini, nel mondo 2.0, sembra sempre più semplice, ma in realtà ci sono troppe periferie ancora, troppe zone irraggiungibili per molti, irraggiungibili perché per arrivarci non basta una tastiera, non bastano le parole, servono i fatti, servono che le istituzioni facciano il proprio dovere, serve che i cittadini capiscano che essere umani è garantire a tutti uguali diritti.

L’assistenza domiciliare è il diritto innato alla vita per molte persone. Io vi dico quello che penso: credo che Giovanni abbia vita e coraggio da vendere, credo che lui abbia voce per tutti quelli che non ce l’hanno e anche per chi ce l’ha ma non sa come usarla, cosa farci. L’assistenza domiciliare in Sicilia, ma sono certa anche in altri tanti posti, è un orizzonte che si avvicina, grazie alle persone come Giovanni, che invece di restare in silenzio, scelgono di raccontare e dire quello di cui c’è bisogno. In Sicilia c’è bisogno che le istituzioni comincino a fare quello che devono fare.

Non sono gli eroi a fare la storia. La storia la fanno gli uomini, tutti i giorni. Quelli che si muovono per il bene comune e, un passo alla volta, cambiano le cose.

Un sit-in in piazza e qualcosa si è mosso, un assessore si è dimesso, un impegno è stato preso. Ora Giovanni siederà al tavolo delle istituzioni della Regione Sicilia per portare il suo contributo e cambiare la situazione. Non so come finirà, so che la strada è aperta davvero e Giovanni è portavoce di tutti noi, noi normali, noi che siamo lontani da certe condizioni e certi problemi, così lontani che facciamo fatica anche solo ad immaginarli. Ma ad un certo punto abbiamo scelto di essere vicini, di sentirci vicini e non guardare più le cose con pietà, certe condizioni come sfortune. Abbiamo compreso e sentiamo certe condizioni come diversità e per questo come ricchezza, come diversità e per questo normalità, ché due vite uguali nel mondo non le trovi, questa è l’unica regola. E ogni vita, normale e diversa, ha bisogno di essere presa, guardata, curata, amata.

Grazie Giovanni per averci permesso di essere vicini a te.

Il valore della scrittura

Piccola premessa: il mio è solo il parere di un’aspirante scrittrice che legge molto e riesce a scrivere poco. Considerate che nel 2017 non ho scritto neanche una mezza riga!

Proprio questa assenza dalla pagina scritta mi ha fatto riflettere moltissimo sul senso dello scrivere e sul valore che la scrittura ha per me.

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Mi è capitato di collaborare nel 2016 con una pagina Facebook che si occupa di recensioni di libri. Molti dei libri che ho recensito sono auto-pubblicati. E mentre mi occupavo di questo provavo a sponsorizzare e pubblicizzare il mio libro, anch’esso auto-pubblicato perché partecipante ad un concorso letterario che prevedeva proprio l’auto pubblicazione per poter partecipare. E’ finita la mia collaborazione per il blog perché ho dimostrato una notevole incostanza nelle mie consegne, forse per la fatica che faccio nel dover leggere un libro che non mi appassiona. È pure finito il concorso dove la mia storia è arrivata alla finale senza però vincere, e quindi ho ritirato l’opera. Non ho mai creduto davvero nel self, e questa esperienza ha rafforzato la mia sfiducia verso il mezzo.

Si, la verità in fondo è che tutta questa scrittura self mi ha annebbiato il cervello, mi sono abituata alla mediocrità, così tanto abituata che la mia scrittura è scesa di livello. Ho peggiorato il mio stile, ho diminuito le attese rispetto alle mie possibilità, ho tentato nel frattempo di recensire le storie con professionalità, ma non avendo competenze adeguate sono finita in panchina e forse ho fatto pure perdere qualità a quel blog in cui ci sono amministratrici che hanno proprio voglia di fare bene e condividere la passione per la lettura e la scrittura ma spesso si sono trovate come me in difficoltà perché davanti a un loro parere ci sono state aspiranti scrittrici che se la sono presa per un parere magari negativo.

Ma la scrittura è qualcosa di troppo prezioso per me, di troppo importante e non voglio sminuirla, non voglio appiattirla. Io voglio correre il rischio di diventare antipatica e ignorare tutta quella carovana di gente disposta a tutto per promuovere una storiella. Acquisterebbero valore quelle storie se fossero messe in rete online, magari esposte al giudizio dei lettori, ma gratuitamente. La connessione è un mezzo per far girare le storie, per farle arrivare a un pubblico, così magari da essere stroncate e poi migliorate. Esercizi di scrittura per poter vedere se si è in grado di scrivere storie degne di essere pubblicate.

Il valore non è guadagno, il valore della scrittura è nella stessa scrittura, che è passione, bisogno, non un lavoro (almeno fino a che un editore ci proporrà un contratto), non una speculazione, non un campo di battaglia su cui scontrarsi. La scrittura è un giardino in cui incontrarsi e confrontarsi. Il valore della scrittura è far crescere il potenziale, far salire l’asticella della qualità delle storie che scriviamo, che sono sacre e per queste andrebbero trattate con un rispetto che manca troppo.

Non scrivo più, sono arida di parole, è un bel problema per me questo. Ma so che non tornerò a scrivere solo per dire che ho venduto mille copie di un libro in self. Io ho grandi sogni, perdonatemi.